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Gianni Giotta, pioniere del caffè espresso nel Far West

5 aprile, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Storie Usa

Gianni Giotta e Patrizia Sanvitale al Caffè Trieste; San Francisco 22 giugno 2002

È sabato mattina  e tira vento a San Francisco. Le raffiche sbattono la pioggia sulle vetrine dei negozi di North Beach, il quartiere italiano e cuore letterario della città,  al confine tra Chinatown, il Distretto finanziario  e l’Embarcadero. La pioggia non risparmia City Lights, la libreria che Lawrence Ferlinghetti, poeta, editore ed esponente di punta della Beat Generation, apre nel 1953 al 261 di Columbus Avenue, la via principale di North Beach, appena passata Broadway.  Subito diventa il ritrovo di artisti e letterati e tuttora è una delle librerie e case editrici più famose al mondo. Di qua sono passati tutti gli scrittori della generazione perduta: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Borroughs, Neal Cassidy.
A mezzogiorno, dopo aver comprato una mezza dozzina di libri, ho una voglia di caffè che mi porta via. Un espresso vero, intendo dire, non un surrogato qualsiasi. Attraverso la strada, prendo una salitina, incrocio Grant Avenue e proprio all’angolo, al 609 di Vallejo Drive, mi imbatto nel Caffè Trieste. Entro, mi faccio largo tra i turisti, ordino un espresso e, sempre in inglese, chiedo: questo locale ha un nome di fantasia o il proprietario era di Trieste? La signorina che serve al banco mi guarda fisso negli occhi e poi mi dice: Mio nonno xe de vizin de Trieste.  Lei la xe de Muggia? No, de piazza Garibaldi, dico io. Good, bene. Nono xe de Rovigno. Per un attimo rimango senza parole. È evidente che la ragazza, da dietro la macchina dell’espresso, sta controllando la veridicità delle mie origini.  Nono non xe qua, el vien dopo pranzo per el conzerto dele due, aggiunge in un triestino un po’ arrugginito. Concerto? Si, semo una famia de cantanti.  I vien de tute le parti per scoltarne.  Arie de la Bohème ma anche canzoni country&western. Voglio conoscere suo nonno, dico. Se la spetta,  lo ciamo a casa. Confabulano al telefono, il nonno mi vuole parlare – in dialetto, naturalmente – e quando capisce che, per davvero, vengo da Trieste, la sua gioia diventa incontenibile. Femo l’intervista prima del conzerto. Va ben tra un’oreta? D’accordo. Vado in albergo a prendere il registratore e torno. Continua a leggere »

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From Food to Book

26 marzo, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Diario di cucina, Ricette
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La nuova frontiera alimentare

20 marzo, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette USA

Buffet da Pepi, Trieste. Photo © Copyright Mark Bittman 2007 / Courtesy Mark Bittman/The New York Times

Hai voglia a chiamarlo cibo a stelle e strisce. Sarà anche il cibo mitizzato dal film American Graffiti, ma con me non attacca. La nuova frontiera alimentare americana è il trionfo del marketing applicato all’industria delle quattro ruote. Non è un caso che sia l’unico pasto  completo che si possa consumare nel chiuso della propria macchina in un parcheggio, sulla freeway, in un cinema drive-in.
Dalle mie parti, a Trieste, non si sapeva neanche cosa fosse l’hamburger. Fast food, lo spuntino veloce, era e rimane sinonimo di Giuseppe lo Sloveno (il Buffet da Pepi), un bugigattolo con quattro tavolini e tre camerieri accanto al palazzo della Borsa, nella parte elegante della città. Giuseppe lo Sloveno ha da poco festeggiato i cent’anni di attività senza mai conoscere crisi, orgoglioso che nessun turista distratto l’abbia ancora scoperto. Da Giuseppe lo Sloveno ci vanno solo gli intenditori. Un trionfo di cotiche, porchetta, prosciutto cotto in crosta, crauti, cotechini, salsicce di cranio, würstel con senape e rafano grattugiato, pane con il cumino e fiumi di vino e di birra. Continua a leggere »

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Vapori e vaporiera

14 marzo, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Diario di cucina, Ricette Trieste

Sono cresciuta a Trieste, notoriamente la più orientale delle città di mare italiane e i miei primi ricordi sono legati ai vapori, le navi da carico che salpavano dal porto la mattina presto mentre mia madre cercava di farmi lavare. Tutte le mattine la stessa storia, tutte le mattine lo stesso suono: quello delle navi che partono e che arrivano salutando la città con tre fischi. Noi non abitavamo vicono al mare, ma quell’annuncio arrivava dappertutto, fino a piazza Garibaldi e oltre. Così, ogni volta che uso la vaporiera è come se mi sentissi di nuovo a casa.
La mia pentola a vapore non è altamente tecnologica. È tonda ed ha un coperchio ancora più tondo, nel senso che è bombato e ha un pippolino cilindrico di legno che dovrebbe essere un manico. Questo ce l’abbiamo messo noi quando si è rotto l’originale di bachelite. Carlotta, così l’abbiamo battezzata, è di alluminio ed è composta da un contenitore per l’acqua, da due strati con i buchi, quasi servissero a cuocere le castagne, e dal famoso coperchio. Continua a leggere »

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