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	<title>Alchimie &#187; Hawaii</title>
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	<description>Queste sono le storie che vi voglio raccontare</description>
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		<title>&#8220;La mano che cura&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 08:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Martedì 7 Giugno si è tenuta presso la Sala Bocconi del Circolo della  Stampa di Milano, in Corso Venezia 48, la presentazione del mio libro “La  mano che cura”, pubblicato da Marsilio Editori  nella collana “Mestieri d&#8217;Arte”, promossa e sostenuta dalla Fondazione  Cologni con il prezioso contributo di Banca BSI. (Foto) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Martedì 7 Giugno si è tenuta presso la Sala Bocconi del Circolo della  Stampa di Milano, in Corso Venezia 48, la presentazione del mio libro “La  mano che cura”, pubblicato da Marsilio Editori  nella collana “Mestieri d&#8217;Arte”, promossa e sostenuta dalla Fondazione  Cologni con il prezioso contributo di <a href="http://www.bsibank.com/main.cfm?includePage=0101040000i.cfm" target="_blank">Banca BSI</a></strong><strong>. (<a href="http://www.fondazionecologni.it/FCMA/index.php?id=267" target="_blank">Foto</a></strong><strong>) (<a href="http://video.leiweb.it/La_mano_che_cura_riflessioni_sul_mestiere_del_benessere_20110608_video/ebee65a4-98e6-11e0-9f4f-9b89044a72b6" target="_blank">Video</a></strong><strong>)</strong></p>
<p><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lina_Sotis" target="_blank">Lina Sotis</a></strong>, giornalista del Corriere della Sera e gran signora del bon ton meneghino, insieme a <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_De_Michelis" target="_blank">Cesare de Michelis</a></strong> (Presidente di <a href="http://www.marsilioeditori.it/" target="_blank">Marsilio Editori</a>) e a <strong><a href="http://www.lussuosissimo.com/franco-cologni-litaliano-ammesso-nellelite-del-lusso-mondiale/" target="_blank">Franco Cologni</a></strong> (Presidente della <a href="http://www.fondazionecologni.it/FCMA/index.php?id=1" target="_blank">Fondazione Cologni dei Mestieri d&#8217;Arte</a>), ha accolto  gli ospiti che hanno preso parte alla presentazione: oltre a me sono saliti sul palco anche tre dei maestri del massaggio da me intervistati:  <strong><a href="http://it-it.facebook.com/people/Stefania-Kudrat-Floreani/132" target="_blank">Stefania Kudrat Florean</a>i</strong> (specialista del massaggio Bach), <strong><a href="http://www.scuolamassaggio.it/scuola3.htm" target="_blank">Giovanni Leanti La Rosa</a></strong> (specialista del massaggio antistress) e <strong><a href="http://www.monasterozen.it/scuola-zen-di-shiatsu/gli-insegnanti/il-maestro-tetsugen-serra.html" target="_blank">Carlo Tetsugen Serra</a></strong> (zen shiatsu).</p>
<p><strong> Agli oltre duecento ospiti che hanno affollato la <a href="http://www.circolostampamilano.it/" target="_blank">sala Bocconi</a></strong><strong> del  prestigioso circolo milanese</strong>, tra i quali vi erano anche più della metà  dei &#8220;guru&#8221; presentati nel libro,noi relatori abbiamo restituito  l&#8217;importanza e la profonda umanità di una pratica antica quale quella  del massaggio, nelle sue diverse valenze curative ma anche filosofiche.</p>
<p>Il libro  è disponibile presso le migliori librerie italiane e sul sito <a href="http://marsilioeditori.it" target="_blank">marsilioeditori.it</a></p>
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		<title>Il mistero del pesce gatto (condito di mentuccia)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 14:44:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie Usa]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[Fusion cuisine]]></category>
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Ananas fritto con mango, ginger e sorbetto di chili. Altrimenti può essere frittura di pesce al latte di cocco con banane e ciliegie candite. Niente di più facile che trovare roba del genere nei menu dei ristoranti di Santa Monica anche se a nessuno della generazione dei Charlie Chan, il detective cinematografico che il chow [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-128" title="Un piatto vegetariano di cucina fusion " src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marie_fusion03_600-256x300.jpg" alt="Un piatto vegetariano di di cucina fusion " width="256" height="300" /></strong></p>
<p><strong>Ananas fritto con mango, ginger e sorbetto di chili. </strong>Altrimenti può essere frittura di pesce al latte di cocco con banane e ciliegie candite. Niente di più facile che trovare roba del genere nei menu dei ristoranti di Santa Monica anche se a nessuno della generazione dei Charlie Chan, il detective cinematografico che il chow mein, gli spaghettini fritti, li mangiava nella versione tradizionale della Cina del Sud o dei John Wayne, che la bistecca la voleva carbonizzata sul barbecue con contorno di fagioli al sugo, sarebbe venuto in mente di mangiare roba di questo tipo. Eppure questa è cucina californiana dell’ultima generazione. Si chiama <em>Fusion cuisine</em>, termine usato per descrivere quei menu che combinano influenze culinarie diverse e che danno vita a piatti come il pesce gatto asiatico annerito da spezie del sud-ovest americano con contorno di risotto alla mentuccia. La <em>Fusion cuisine</em> arriva dal Pacifico e viene rielaborata in California da cuochi arrivati, a loro volta, da altre sponde del mondo. <span id="more-93"></span><br />
<strong>La regola della cucina fusion è di non avere regole: </strong>di sposare qualsiasi ingrediente commestibile della tradizione asiatica, con quello di qualsiasi altra cucina del mondo. E viceversa. L’importante è che ogni singolo elemento non sia, ovviamente, in contrasto chimico con un altro. Per il resto, l’improvvisazione è lasciata alla fantasia dello chef che, più è stato esposto a contaminazioni etnico-culturali, più sarà in grado di interpretare questa nuova cucina. Già, perché impararla dai libri non funziona molto.<br />
In un tempo di frontiere aperte, di globalizzazione e interscambi, non poteva restare immune dalla contaminazione il modo come mangiamo. E, ancora una volta, le avanguardie di questo movimento arrivano dalla California: da Los Angeles e San Francisco &#8211; anche se l’impollinazione culturale, come è accaduto per il fenomeno del surf, parte dalle Hawaii dove le radici etniche di più della metà dei residenti sono asiatiche e il resto è un miscuglio infinito che ha dato vita a una cucina che non ha il corrispettivo in nessun’altra parte del mondo se si fa eccezione per l’ex colonia portoghese di Macao dove si è sviluppata, da secoli, una cultura culinaria tecnicamente simile a questa, ma rimasta sempre entro gli angusti confini del proprio territorio: già ad Hong Kong, un’ora di aliscafo al di là della baia, la cucina macanese non si sa più cos’è.<br />
La <em>Fusion cuisine</em>, a guardare bene, non è neanche strettamente asiatica, bensì appartiene all’ibrido del Pacific Rim, a quell’area di paesi le cui coste si affacciano sul Pacifico di cui l’Asia è una parte importante, ma la cui cultura si stempera alle influenze polinesiane, australiane, hawaiane, californiane. Buffo, come le rivoluzioni nascano spesso di fronte al mare.<br />
Questa nuova frontiera della cucina fa uso, da una parte, di antichi strumenti tradizionali come la pentola wok, dall’altro delle infinite possibilità offerte dalle più recenti tecnobiologie agricole &#8211; da colture idroponiche all’allevamento di pesci, molluschi, crostacei in condizioni ambientali sotto controllo &#8211; che non solo ne garantiscono la pulizia, ma anche la freschezza e soprattutto la disponibilità continua. I trasporti aerei ne permettono, poi, la quasi istantanea presenza su mercati lontani. E questo agevola l’interscambio di prodotti che, una volta, si conoscevano solo per averne letto in resoconti di viaggi esotici.<br />
La cucina francese è stata la prima vittima illustre di questa ondata fusion, anche se, storicamente, questa tendenza si riallaccia proprio alla meteora nouvelle cuisine. Quest’ultima nasceva, a sua volta, sulle fondamenta della cucina giapponese e ha lasciato, nel mondo, strascichi di avventori affamati  dal sadismo di cuochi avidi di sfruttare una moda passeggera, che si arricchivano servendo una triglia e facendola pagare come una cena per quattro al Savini.<br />
La supremazia delle crepes e dello stufato di manzo francese era già stata offuscata, da tempo, dalla cucina italiana e dalla sua adattabilità alle diverse condizioni culturali e ambientali di ogni angolo del globo. Soprattutto da quella toscana che essendo una cucina rustica, come lo è fondamentalmente quella americana, non lascia spazio a nessun esotismo.<br />
Pasta e pizza, nelle sue mille varianti, hanno ormai invaso l’immaginario culinario collettivo e spopolano nel Pacific Rim. Non è un caso che maestri di <em>Fusion cuisine</em> come Arnold Eric Wong, chef dell’Eos di San Francisco, sposino elementi della cucina asiatica con quella del sud-ovest americano, con quella italiana, ma non con quella francese, rigida e caratterialmente nazionalistica. Certo, poi, le eccezioni ci sono, come il Fleur de Lys di San Francisco o Chez Panisse, il ristorante di Alice Waters, a Berkeley, dove la fusion si sperimenta anche su piatti francesi.</p>
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		<title>Verdure alla polinesiana</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 13:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[Fusion cuisine]]></category>
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		<description><![CDATA[
Il matrimonio definitivo fra la cultura hawaiana e quella americana avvenne nel 1959 quando le isole dell’arcipelago diventarono, formalmente, il 50esimo stato dell’Unione a stelle e strisce. In quegli anni, l’ingenua gastronomia americana, appena sfiorata da influenze polinesiane, non era cosciente che il suo destino, per definizione, sarebbe stato  quello di essere un melting pot, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-75" title="Copertina del disco Blue Hawaii, colonna sonora del film omonimo" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/elvis3-hawaii-300x300.jpg" alt="Copertina del disco Blue Hawaii, colonna sonora del film omonimo" width="300" height="300" /></strong></p>
<p><strong>Il matrimonio definitivo fra la cultura hawaiana e quella americana</strong> avvenne nel 1959 quando le isole dell’arcipelago diventarono, formalmente, il 50esimo stato dell’Unione a stelle e strisce. In quegli anni, l’ingenua gastronomia americana, appena sfiorata da influenze polinesiane, non era cosciente che il suo destino, per definizione, sarebbe stato  quello di essere un melting pot, un crogiolo di gusti e culture diverse, e ancora non parlava la lingua sofisticata della <em>fusion cuisine.</em> Per festeggiare l’avvenimento, si scatenarono le grigliate in giardino e si indossarono le camicie a colori sgargianti con disegni floreali tipici di quei luoghi anche se, come sottofondo, si preferisce la musica di Elvis Presley a quella originale dell’ukulele isolano. <span id="more-73"></span></p>
<p><strong>E Elvis, quasi per ringraziare della scelta, s</strong>i farà decorare la camera da letto della casa di Graceland, a Memphis, Tennessee, in stile giungla polinesiana e due anni più tardi girerà il film <em>Blue Hawaii</em>, la cui colonna sonora entrerà nella storia con cinque milioni di copie vendute e per venti settimane di fila resterà al primo posto nelle classifiche di vendita. Si dice che al re, <em>the king</em>, come era soprannominato Elvis, piacesse molto l’atmosfera esotica di Waikiki dove, di solito, alloggiava all’Hilton Hawaiian Village Hotel, ai tempi uno degli alberghi più sfarzosi dell’isola. Lo stile della cucina locale, una combinazione di carne e pesce con frutta e vegetali esotici, aveva stregato anche lui che, notoriamente, non si avventurava più in là dell’hamburger. La terrina di verdure in cartoccio alla polinesiana che lo chef dell’Hilton preparava, era uno dei piatti preferiti dal cantante probabilmente perché, oltre a fondere i sapori di tradizioni gastronomiche diverse, si poteva mangiare con le mani, proprio come un hamburger. Al di là dell’esotismo, non era nient’altro che una polpetta vegetale.</p>
<p><strong>Sono anni, ormai, che l’Hilton di Waikiki non ha più questo piatto nel menu.</strong> Oggi preferisce  offrire ai suoi ospiti una versione aggiornata che affonda le sue radici nei principi della saggezza zen, da una parte, e nell’humus della cultura europea, dall’altra, e il cui credo impone di mantenere i gusti dei singoli ingredienti separati uno dall’altro.</p>
<p><strong>Involtini di verdura</strong><br />
<em>Dosi per 4 persone</p>
<p>1/2 tazza di funghi freschi<br />
1 piccolo scalogno, pelato e tagliuzzato<br />
1 spicchio di aglio, sminuzzato<br />
4 tazze di carote<br />
3/4 di tazza di rape bianche<br />
1 tazza di asparagi<br />
3 tazze di cavolfiore<br />
1 tazza abbondante di acqua bollente<br />
1/2 tazza di gelatina in polvere<br />
3/4 di tazza di latte<br />
2 fogli di alghe nori<br />
4 foglie di basilico fresco<br />
1 tazza di salsa di  pomodoro<br />
1 rametto di basilico<br />
4 pomodorini ciliegia</p>
<p>Soffriggere i funghi con l’aglio e lo scalogno. Tagliare le carote e i funghi a fettine molto sottili. Cucinare separatamente per 2, 3 minuti in acqua salata. Ripetere l’operazione con gli asparagi. Ridurre il cavolfiore in purea. A parte, mescolare l’acqua calda e la gelatina e portare a ebollizione.  Aggiungere alla purea di cavolfiore la gelatina sciolta e il latte. Stendere sul fondo di una terrina un foglio di plastica, assicurandosi di lasciare un’eccedenza ai lati per poterla poi ricoprire completamente. Alternare uno strato di carote con uno di rape, uno di asparagi con uno di funghi. A questo punto, versare tutto  la  purea di cavolfiore e continuare a alternare le altre verdure. Coprire con la plastica. Lasciar riposare in frigorifero tutta la notte.<br />
Stendere le alghe su una superficie liscia e appoggiarvi sopra la terrina arrovesciata. Arrotolare come se fosse un grande sushi. Bagnare le estremità delle alghe per sigillare il rotolo di verdure. Tagliare a fette e guarnire con  foglie di basilico e pomodorini. Servire con la salsa di pomodoro a parte. </em></p>
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