Oltre la polvere e la cenere
Questa che segue è l’interpretazione che il caro amico Tiziano Tosolini – poliglotta, filosofo fine e missionario saveriano in Giappone – fa della radice della sofferenza, così come intuita e insegnata da Buddha. È un’altra visione, un’altra faccia della medaglia, estremamente interessante per quelli che si ritengono buddhisti ma che al tempo stesso “non possono non dirsi cattolici”. Perché, cavalcando incerti l’animale selvaggio che è dentro noi, si rischia di finire disarcionati e, una volta a terra, di non riuscire a trovare il modo per risollevarsi.
«Una delle numerose differenze tra l’Occidente e l’Oriente, ci spiegano gli studiosi, è che mentre il primo cerca spasmodicamente la felicità ed è guidato da un desiderio sfrenato di appagamento, l’Oriente interpreta la realtà del mondo e della vita umana come un qualcosa che fin dall’inizio è modellato dalle invisibili mani della sofferenza. Non è un caso, infatti, che la prima delle quattro nobili verità proclamate dal Buddha reciti: “Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, infermità è dolore, morte è dolore. L’essere unito con le cose non desiderate è dolore. L’essere separato dalle cose desiderate è dolore”. Così mentre quella occidentale sembra essere una cultura destinata a permanere all’interno di un’evitabile delusione (perché essa ricerca qualcosa – la felicità – che per definizione non può essere ottenuta cercandola), quella orientale sembra invece essere meglio predisposta ad affrontare la sofferenza, e quindi ad essere anche piacevolmente sorpresa dalla gioia».
«La radice della sofferenza, afferma il Buddhismo, nasce dalla credenza da parte dell’uomo di possedere un sè stabile concepito non tanto come la somma di eventi meccanici, quanto piuttosto come una vera personalità che nasconde il suo “io” dietro le manifestazioni empiriche conferendo a queste la loro coesione necessaria. In realtà il soggetto sottinteso è soltanto un’illusione linguistica, e questo per il semplice fatto che nel mondo empirico tutto fa ritenere che l’uomo consista interamente dei cinque aggregati dell’esistenza (fisicità, sensazioni, percezioni, impulsi e atti di coscienza – elementi questi che il Buddhismo chiama i cinque skandha) e del loro svolgimento causale».
«Ora: quanto è plausibile questa intuizione buddhista? Il nostro “io” è davvero un mero flatus voci? È possibile immaginarci senza un “sé”?»
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