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Obama, Vettel, Aung San Suu Kyi e il sorriso di Dio

15 novembre, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Felicità, Psicologia, Ricette, Sorriso, Spiritualità

Il sorriso comunica. Obama non fa che mostrarci il suo, a 32 denti, sinceramente cordiale, ma stereotipato: un vademecum per tutte le occasioni e buono per qualsiasi capo di stato anche se l’economia precipita, i morti in Afghanistan si contano a ciuffi e la Cina non rispetta i dirritti civili.

C’è il sorriso irresistibile e incredulo di Sebastian Vettel sul podio della vittoria del circuito automobilistico di Abu Dhabi: a 23 anni è il più giovane pilota ad aver mai vinto il campionato del mondo. E c’è quello che un clown strappa ai figli dei minatori cileni rimasti intrappolati per 69 giorni a 600 metri di profondità nella ormai tristemente famosa miniera di oro e rame a San Josè. Ma c’è anche Il sorriso di Dio, il sottotitolo della fiction su Papa Luciani e i suoi 33 giorni di regno – pochi ma sufficienti per spiegarci che Dio, proprio lui, potrebbe essere donna, e scontare le sue tesi rivoluzionarie finendo morto ammazzato.

C’è poi il sorriso di Aung San Suu Kyi – l’attivista birmana leader dell’opposizione al regime del suo Paese, premio Nobel per la Pace, liberata sabato 13 novembre dopo diverse condanne che l’hanno costretta per 15 anni agli arresti domiciliari, mai abbandonata dai suoi sostenitori e dall’esercito di zafferano dei monaci buddhisti.

© Immagine di Aung San Suu Kyi scaricata dal web

Il suo sorriso è dolce, misurato e sereno: lei, la minuta Aung, è più forte della dittatura militare a cui, appunto, non ha bisogno di fare smorfie denigratorie: è il governo stesso a essersi squalificato dinanzi al mondo. Ma di fronte a questa donna piccina e fiera noi, sprofondati sul fondo delle nostre certezze, nella poltrona di una casa accogliente, proviamo un’emozione tanto sottile quanto profonda, capace di far vacillare le nostre difese e i radicati convincimenti che non ci schiodano di là.

Il sorriso della bella Aung è corroborante e riscalda il cuore. Ma è anche severo. Dice: alza il sedere e difendi i tuoi diritti. Sei grande e grosso abbastanza da potercela fare. Non limitarti a commentare gli errori dei politici al bar di quartiere o a firmare petizioni via internet. E ricordati di sorridere. L’allegria è contagiosa anche se a volte stupida, la felicità dura lo spazio di un respiro, ma il sorriso rimane, pervade te stesso prima dell’altro. È la carezza di una mente pura.

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7. Il Chod e i 6 Yoga di Naropa

13 ottobre, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Psicologia, Ricette, Spiritualità

Prosegue il mio innamoramento per le pratiche sciamaniche e per una in particolare, il rituale del Chod, in origine un sistema integrato di liturgia e di meditazione che si è sviluppato nella cultura himalayana nell’XI secolo d. C. e che si pratica ancora oggi. L’intento è di raggiungere l’elevazione attraverso lo sradicamento dell’ignoranza spirituale e dell’attaccamento egoico. In altri anche se troppo semplicistici termini, consiste nell’offerta della propria carne, scuoiata dal proprio corpo, alle divinità, durante un rito tantrico. Un dono, quello del rito del Chod, che la tradizione tibetana ci ha lasciato in eredità, e che oggi è conosciuto in tutto il mondo”grazie” alla fuga di tanti monaci da Tibet e Nepal nei nostri Paesi in Occidente.

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È scoccata l’ora della vipassanā

5 maggio, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Che tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri
viventi senza eccezioni, sperimentino solo la buona sorte. Possano non
patire mai il dolore.

Anguttara Nikāya, II, 72

Volentieri trasmetto questa mail che ho ricevuto dal gruppo Maitreya di Milano.

«È scoccata l’ora della vipassanā»

Ogni mercoledì sera, al Tempio Lankaramaya di via Privata Pienza 8 si
tiene una sessione di meditazione vipassanā con istruzioni in
italiano, aperto anche ai principianti assoluti. I monaci residenti
impartiscono i tradizionali cinque precetti e le benedizioni
conclusive con la recitazione del Metta Sutta in Pāḷi.

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Oltre la polvere e la cenere

24 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

Questa che segue è l’interpretazione che il caro amico Tiziano Tosolini – poliglotta, filosofo fine e missionario saveriano in Giappone – fa della radice della sofferenza, così come intuita e insegnata da Buddha. È un’altra visione, un’altra faccia della medaglia, estremamente interessante per quelli che si ritengono buddhisti ma che al tempo stesso “non possono non dirsi cattolici”. Perché, cavalcando incerti l’animale selvaggio che è dentro noi, si rischia di finire disarcionati e, una volta a terra, di non riuscire a trovare il modo per risollevarsi.

«Una delle numerose differenze tra l’Occidente e l’Oriente, ci spiegano gli studiosi, è che mentre il primo cerca spasmodicamente la felicità ed è guidato da un desiderio sfrenato di appagamento, l’Oriente interpreta la realtà del mondo e della vita umana come un qualcosa che fin dall’inizio è modellato dalle invisibili mani della sofferenza. Non è un caso, infatti, che la prima delle quattro nobili verità proclamate dal Buddha reciti: “Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, infermità è dolore, morte è dolore. L’essere unito con le cose non desiderate è dolore. L’essere separato dalle cose desiderate è dolore”. Così mentre quella occidentale sembra essere una cultura destinata a permanere all’interno di un’evitabile delusione (perché essa ricerca qualcosa – la felicità – che per definizione non può essere ottenuta cercandola), quella orientale sembra invece essere meglio predisposta ad affrontare la sofferenza, e quindi ad essere anche piacevolmente sorpresa dalla gioia».

«La radice della sofferenza, afferma il Buddhismo, nasce dalla credenza da parte dell’uomo di possedere un sè stabile concepito non tanto come la somma di eventi meccanici, quanto piuttosto come una vera personalità che nasconde il suo “io” dietro le manifestazioni empiriche conferendo a queste la loro coesione necessaria. In realtà il soggetto sottinteso è soltanto un’illusione linguistica, e questo per il semplice fatto che nel mondo empirico tutto fa ritenere che l’uomo consista interamente dei cinque aggregati dell’esistenza (fisicità, sensazioni, percezioni, impulsi e atti di coscienza – elementi questi che il Buddhismo chiama i cinque skandha) e del loro svolgimento causale».

«Ora: quanto è plausibile questa intuizione buddhista? Il nostro “io” è davvero un mero flatus voci? È possibile immaginarci senza un “sé”?»

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Buddhismo e vesti giallo zafferano

9 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Psicologia, Ricette, Spiritualità

Faccio anche oggi una citazione da Alla ricerca del Buddha, perché è un libro che mi ha appassionato nella sua semplicità, nel suo stupore e che ho letto più di una volta. Uno di quei libri che comperi perché ha una copertina accattivante che promette una lettura divertente, ma che invece comincia in modo estremamente serio, come voi stessi potete constatare dalle prime righe che pubblico qui sotto, e finisce con qualche nota personale amara dell’autore, Perry Garfinkel. Un buon mix di incontri, interviste –  compreso l’immancabile Dalai Lama – e accenni alla vita privata. Sembra che a qualcuno – come a Perrry Garfinkel, appunto, che, per inciso, è un giornalista del National Geographic – capiti sempre di trovare i personaggi giusti lungo il proprio cammino.

«L’uomo che mi ha insegnato di più sul buddhismo non era un monaco con il capo rasato e la veste giallo zafferano. Non parlava in sanscrito né viveva in un monastero sull’Himalaya. A dir la verità, non era nemmeno buddhista».

«Si chiamava Carl Taylor e non si era mai mosso da San Francisco. Doveva avere al massimo cinquant’anni e mi sembrava molto infreddolito, lì in quel letto con lo schienale rialzato nel giardino del reparto per malati terminali del Laguna Honda Hospital, nei pressi di Twin Peaks, a San Francisco. Era un pomeriggio d’estate. Con quel cielo di un blu perfetto che spesso in questa città significa un gelo che ti penetra nelle ossa. Carl stava morendo di cancro». (…)

San Francisco, immagine scaricata dal web

«Lo Zen Hospice Project è un esempio di “buddhismo socialmente impegnato”, una definizione coniata dal monaco Thich Nhat Hanh, che fu esiliato dal Vietnam negli anni Sessanta per il suo attivismo pacifista e non-violento». (…)

Thich Nhat Han, immagine scaricata dal web

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