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È scoccata l’ora della vipassanā

5 maggio, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Che tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri
viventi senza eccezioni, sperimentino solo la buona sorte. Possano non
patire mai il dolore.

Anguttara Nikāya, II, 72

Volentieri trasmetto questa mail che ho ricevuto dal gruppo Maitreya di Milano.

«È scoccata l’ora della vipassanā»

Ogni mercoledì sera, al Tempio Lankaramaya di via Privata Pienza 8 si
tiene una sessione di meditazione vipassanā con istruzioni in
italiano, aperto anche ai principianti assoluti. I monaci residenti
impartiscono i tradizionali cinque precetti e le benedizioni
conclusive con la recitazione del Metta Sutta in Pāḷi.

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Oltre la polvere e la cenere

24 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

Questa che segue è l’interpretazione che il caro amico Tiziano Tosolini – poliglotta, filosofo fine e missionario saveriano in Giappone – fa della radice della sofferenza, così come intuita e insegnata da Buddha. È un’altra visione, un’altra faccia della medaglia, estremamente interessante per quelli che si ritengono buddhisti ma che al tempo stesso “non possono non dirsi cattolici”. Perché, cavalcando incerti l’animale selvaggio che è dentro noi, si rischia di finire disarcionati e, una volta a terra, di non riuscire a trovare il modo per risollevarsi.

«Una delle numerose differenze tra l’Occidente e l’Oriente, ci spiegano gli studiosi, è che mentre il primo cerca spasmodicamente la felicità ed è guidato da un desiderio sfrenato di appagamento, l’Oriente interpreta la realtà del mondo e della vita umana come un qualcosa che fin dall’inizio è modellato dalle invisibili mani della sofferenza. Non è un caso, infatti, che la prima delle quattro nobili verità proclamate dal Buddha reciti: “Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, infermità è dolore, morte è dolore. L’essere unito con le cose non desiderate è dolore. L’essere separato dalle cose desiderate è dolore”. Così mentre quella occidentale sembra essere una cultura destinata a permanere all’interno di un’evitabile delusione (perché essa ricerca qualcosa – la felicità – che per definizione non può essere ottenuta cercandola), quella orientale sembra invece essere meglio predisposta ad affrontare la sofferenza, e quindi ad essere anche piacevolmente sorpresa dalla gioia».

«La radice della sofferenza, afferma il Buddhismo, nasce dalla credenza da parte dell’uomo di possedere un sè stabile concepito non tanto come la somma di eventi meccanici, quanto piuttosto come una vera personalità che nasconde il suo “io” dietro le manifestazioni empiriche conferendo a queste la loro coesione necessaria. In realtà il soggetto sottinteso è soltanto un’illusione linguistica, e questo per il semplice fatto che nel mondo empirico tutto fa ritenere che l’uomo consista interamente dei cinque aggregati dell’esistenza (fisicità, sensazioni, percezioni, impulsi e atti di coscienza – elementi questi che il Buddhismo chiama i cinque skandha) e del loro svolgimento causale».

«Ora: quanto è plausibile questa intuizione buddhista? Il nostro “io” è davvero un mero flatus voci? È possibile immaginarci senza un “sé”?»

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Buddhismo e vesti giallo zafferano

9 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Psicologia, Ricette, Spiritualità

Faccio anche oggi una citazione da Alla ricerca del Buddha, perché è un libro che mi ha appassionato nella sua semplicità, nel suo stupore e che ho letto più di una volta. Uno di quei libri che comperi perché ha una copertina accattivante che promette una lettura divertente, ma che invece comincia in modo estremamente serio, come voi stessi potete constatare dalle prime righe che pubblico qui sotto, e finisce con qualche nota personale amara dell’autore, Perry Garfinkel. Un buon mix di incontri, interviste –  compreso l’immancabile Dalai Lama – e accenni alla vita privata. Sembra che a qualcuno – come a Perrry Garfinkel, appunto, che, per inciso, è un giornalista del National Geographic – capiti sempre di trovare i personaggi giusti lungo il proprio cammino.

«L’uomo che mi ha insegnato di più sul buddhismo non era un monaco con il capo rasato e la veste giallo zafferano. Non parlava in sanscrito né viveva in un monastero sull’Himalaya. A dir la verità, non era nemmeno buddhista».

«Si chiamava Carl Taylor e non si era mai mosso da San Francisco. Doveva avere al massimo cinquant’anni e mi sembrava molto infreddolito, lì in quel letto con lo schienale rialzato nel giardino del reparto per malati terminali del Laguna Honda Hospital, nei pressi di Twin Peaks, a San Francisco. Era un pomeriggio d’estate. Con quel cielo di un blu perfetto che spesso in questa città significa un gelo che ti penetra nelle ossa. Carl stava morendo di cancro». (…)

San Francisco, immagine scaricata dal web

«Lo Zen Hospice Project è un esempio di “buddhismo socialmente impegnato”, una definizione coniata dal monaco Thich Nhat Hanh, che fu esiliato dal Vietnam negli anni Sessanta per il suo attivismo pacifista e non-violento». (…)

Thich Nhat Han, immagine scaricata dal web

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Nirvana e altre storie

8 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

«Coloro che soffrono di qualche forma di follia si aggrappano tenacemente al proprio fantomatico Ego; coloro che hanno una concezione troppo alta del proprio Ego sono, in qualche misura, affetti da una forma di follia. Il nirvana è per il ricercatore equilibrato, che coltiva un approccio scientifico e analitico, che disdegna ogni forma di metafisica teologica, ogni rito sacerdotale e qualsivoglia idea nichilistica. Il nirvana spetta a coloro che si impegnao indefessamente per condurre una vita attiva, per evitare il male, praticare il bene e avere un cuore sempre più puro».

Anagarika Dharmapala, da An Introduction to Buddhism, Maha Bodhi Journal, volume 15, giugno 1907

Anagarika Dharmapala, immagine scaricata dal web

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Quando il samsara è solo un concetto

7 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

«Nota del curatore: quello che segue è un testo di Dzogchen per la prima volta tradotto in lingua occidentale. In esso l’autore, un grande maestro Nyingmapa, Ju Mipham Namgyel (1846-1914), indica in pochi versi la “vera natura della mente”».

«Nel momento fortunato dello stato finale, per quanto riguarda le quattro fasi (relative a camminare, stare seduti, mangiare e dormire), avviene una trasformazione dei prana karmici e delle tendenze abituali da cui sorgono tutti i concetti. si possiede la capacità di rimanere nella città della saggezza innata e immutabile. Ciò che viene detto samsara è solo un concetto. La grande saggezza trascende tutti i concetti. In questo momento qualsiasi cosa sorga si manifesta completamente perfetta. Lo stato della grande chiara luce è continuo – giorno e notte. È al di là della linea di demarcazione fra presenza e distrazione; non può deviare dal suo stato grazie alla consapevolezza della condizione originaria onnipervadente. In questo momento non si ottiene qualcosa per mezzo dello sforzo. Tutte le qualità della base e della via, senza eccezione alcuna: chiaroveggenza, compassione, ecc., si manifestano automaticamente; e si sviluppano come cresce l’erba in estate. Libera da apprensione e presunzione, al di là di speranza e timore, è la beatitudine mai nata che non conosce fine, immensa come il cielo. Questo grande yoga è (come) il gaio Garuda nel cielo dell’equanime Grande Perfezione. Meraviglioso!»

Mandala, immagine scaricata dal web

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