Bob Dylan, lo Zen e Blowin’ In the Wind.
«Per quelli della mia generazione (classe 1953), Bob Dylan fu un’apparizione. Non ce ne rendemmo conto subito, ma rappresentava la perfetta incarnazione Zen. Con il suo stile di vita e le sue canzoni ha tracciato un percorso ideale, lo sappia o meno, lo volesse o meno. (..) Del guru-menestrello potrei affermare ciò che Nietzsche disse di Schopenhauer: “Lo capii come se avesse scritto per me, per esprimermi in modo immodesto e folle”. La beat generation aveva finalmente il suo bardo».

«Lo Zen non dà risposte. Chiunque tenti di replicare si distoglie dalla domanda, senza prenderla seriamente. Lo Zen è come Heidgger: Cos’è la metafisica? È un interrogativo senza risposta. (…) Qual è il significato della vita, del Buddha, dello Zen? (…) L’intellettualismo non può risolvere le questioni fondamentali dell’esistenza. È questo il necessario preambolo a Blowin’ In the Wind inserita nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan (1963). (…) “Quante strade deve percorrere un uomo / prima che lo si possa chiamare uomo / sì, e quanti mari deve attraversare una bianca colomba / prima di poter dormire sulla sabbia / sì, e quante volte devono volare le palle di cannone / prima di essere bandite per sempre?”. La risposta soffia nel vento. È sempre la stessa, e indica la caducità delle cose».
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