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L’altro deserto

24 marzo, 2009 | Scritto da patrizia | Categoria: Storie Usa

Anza Borrego State Park, California

È un deserto con un’oasi di mille palme e una sola duna. Ha la sabbia, ma non è dorata. È, invece, disseminato di montagne, canyon, colline, rocce e cactus spinosi. È Anza-Borrego. Per i californiani, è “l’altro deserto”. Più caldo di Death Valley, meno conosciuto e meno frequentato di Palm Springs. Un deserto per gente vera. Una terra vasta e affascinante che rivela il suo carattere solo a chi lo affronta con coraggio, umiltà e rispetto, e voglia addentrarsi – a piedi con lo zaino in spalla, in sella a una mountain bike o, più comodamente, alla guida di una jeep a quattro ruote motrici – tra gli ottocento chilometri di strade e sentieri sterrati che lo attraversano in lungo e in largo. A questi viaggiatori, e solo a questi, riserva i suoi segreti più preziosi.

Inospitale per gran parte dell’anno, Anza-Borrego è un laboratorio naturale di flora e fauna in cui l’impatto umano e tutto quello che di solito si trascina dietro – alberghi, piscine, campi da tennis e campi da golf – è minimizzato e contenuto nella zona meno attraente del parco. Che è il più grande della California, uno dei maggiori del nord America.
Anza-Borrego si trova a sud est di Los Angeles e a est di San Diego, chiuso a occidente da Monte Palomar – sede dell’osservatorio più famoso degli Stati Uniti -  a oriente da Salton Sea – il lago più grande della California – e, sotto, dal confine messicano. A primavera, tra marzo e maggio, dopo le piogge invernali – quando e se ci sono – la terra bruciata rinasce a nuova vita. Ed  è tutto un’esplosione di colori: dal verde tenero dei cespugli delle effimere, al giallo dei fiori di cactus, all’arancione dei papaveri, al rosso degli ocotillos. Gli ultimi fiori a morire prima dell’arrivo del caldo torrido dell’estate sono quelli di agave, aloe e opuntia.
La geologia del deserto è affascinante tanto quanto il suo ecosistema. Millennio dopo millennio, una rete di faglie terremotali hanno sconquassato, appianato e rimodellato il terreno, ridefinendo di volta in volta il paesaggio. Le piogge, poi, hanno lentamente scavato il suolo – frantumato dalle scosse violente dei sismi – formando  costoni alti e ripidi, gole profonde e canyon frastagliati, come i leggendari Borrego e Carizzo  Badlands, dove si incanala il vento del deserto. Il vento secco  più caldo d’America.
Un deserto, questo, che è sempre stato amato, nonostante il clima ostile e l’escursione termica che, d’inverno, raggiunge anche i quaranta gradi centigradi tra il giorno e la notte. Amato dagli indiani che lo abitavano già in tempi preistorici e dai viaggiatori odierni che si sentono attratti dalle sue lande desolate. Qui è dove si combatte la battaglia per cercare di salvare i Bighorn Sheep, i mufloni che, se ci addentra nel parco, si può ancora avere la fortuna di incontrare.
Dichiarata specie in pericolo nel marzo 1998, il Peninsula bighorn sheep è oggetto di intensi studi. Sin dal 1992, biologi specializzati assunti per seguire da vicino la vita di questi animali selvatici, hanno legato al collo degli ultimi esemplari – prede ambite dei leoni di montagna – delle microradio, per poterli tenere continuamente sotto controllo, contare, localizzare e, eventualmente, curare. Ma, nonostante l’impegno, la popolazione delle pecore dalle corna ad anello si sta riducendo a qualche centinaia di capi e sta per scomparire. “Un po’ come succede quando si prende in mano della sabbia e questa scivola lentamente dalle pieghe della dita prima che tu te ne accorga, anche se ti ostini a tenere il pugno chiuso”, racconta Mark Jorgensen, un’autorità nel campo dei mufloni.
Nel parco – più di seicento mila acri – vive una eccezionale varietà di insetti, uccelli e animali che si sono adattati ai diversi habitat che offre il deserto. Il silenzio – irreale per chi arriva dal fracasso delle metropoli – è interrotto dal canto degli uccelli selvatici dalle piume sgargianti, instancabili mangiatori di insetti; da passeri, cornacchie, poiane, falchi e sparvieri. Nessun suono arriva, invece, dal pozzetto vicino al Visitor Center, dove nuotano i pupfish, i pesci-cucciolo, sottratti alle acque troppo saline di Salton Sea. Per il resto, lepri e lucertole spuntano dalla sabbia solo all’alba e al tramonto, soprattutto intorno ai campeggi.

Il più temerario è il roadrunner, il bip-bip dei cartoni animati che, incurante degli aerei che atterrano al minuscolo aeroporto locale, attraversa la pista sculettando sotto il sole cocente, e ti aspetti di veder spuntare il suo “nemico” storico, il povero bistrattato coiote con la coda a motorino, ma poi ti rendi conto che questo accade solo in televisione. I coiote, quelli veri, sono animali notturni, amano la spazzatura e mai si aggirerebbero per i canyon o gli aeroporti a mezzogiorno. Meglio stare nei dintorni di Borrego Springs, il villaggio semiaddormentato che si trova all’interno del parco, come un buco in una ciambella, avvolto dalla brezza infuocata che fa muovere le palme a ventaglio – le fanpalms, le uniche originarie della California, le stesse  di Palm Canyon Trail, una delle poche oasi rimaste nel sud-ovest degli Stati Uniti e una delle più grandi del nord America, alimentata  da un piccolissimo corso d’acqua che scende dalle San Isidro Mountains – e il loro verde è così brillante che contrasta vistosamente con il rosso e il grigio dei canyon che la circondano.
Nel parco di Anza-Borrego, ci sono angoli naturalistici da scoprire in ogni direzione e non ci vuole niente per ritrovarsi da soli in un immenso, indisturbato deserto, senza vedere o sentire niente che appartenga alla cosiddetta civiltà. Come a Font’s Point, dove colline corrugate e lande desertiche che una volta erano il letto di un lago primordiale, si allargano in forme e colori mai visti altrove. In lontananza si vede luccicare Salton Sea, il lago salato, e sembra un miraggio. Scherzi della rifrazione della luce. E quando la notte si riappropria del deserto, grazie all’aria tersa e alla mancanza di luci artificiali nei dintorni, sembra di poter tenere tra le mani Andromeda, sepolti da una pioggia di stelle.
Salton Sea è il più grande lago della California, situato 70 metri sotto il livello del mare, un vero e proprio rifugio per 4 milioni di uccelli di 350 specie diverse. Fu creato per errore nel 1905, quando il Colorado River ruppe gli argini troppo deboli di alcuni canali di irrigazione dell’Imperial County, formando un bacino d’acqua di più di 1000 chilometri quadrati e profondo, al centro, 14.5 metri. Il suo contenuto salino è 45.000 mg per litro, molto superiore a quello dell’oceano Pacifico, e continua a aumentare di 700 mg per litro l’anno. Questo accade perchè il bacino del lago non ha un emissario e le acque che incamera passano attraverso terre ad alto contenuto salino.

Un altro dei gioielli di Anza-Borrego Park è Glorieta Canyon, a soli 20 minuti di macchina da Borrego Springs. Il canyon sale gradatamente dal deserto verso le rocce di Pinyon Ridge, dove si cammina tra fiori selvatici e tracce pittoriche lasciate sulle rocce dagli indiani seminomadi che popolavano la zona qualche secolo fa.
Per gli abitanti di San Diego, Anza-Borrego è il deserto d’elezione, come per i losangelini lo è Palm Springs, una delle località di villeggiatura e residenziali preferite dal bel mondo hollywoodiano, ma che cinquant’anni fa era desolato come lo è ancora, e per fortuna,  Borrego Springs.
Palm Springs ha goduto, o sofferto, a seconda dei punti di vista, della vicinanza con Los Angeles. Oggi è praticamente un immenso agglomerato di campi da golf per la cui irrigazione si pompano milioni di metri cubi di acqua al giorno, tanto che il clima della regione, una volta estremamente secco, è drasticamente cambiato. A Palm Springs c’è il più alto tasso di ricchezza di tutta la California. Qui hanno vissuto Frank Sinatra e l’ex presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. C’è però, oggi come allora, chi rifugge dal glamour patinato di Palm Springs e preferisce la solitudine ruvida di Borrego Springs. Nei mitici anni Cinquanta, poi, Borrego Springs era veramente una landa selvaggia, contava un solo albergo, l’Hoberg Resort, dieci stanze e una piscina formato cinerama, circondato da palme a ventaglio, che oggi è stato restaurato e riportato all’antico splendore dopo decenni di oblio, con il nome di The Palms at Indian Head.
È passato mezzo secolo, e niente o quasi è cambiato da queste parti. A Borrego Springs continua a fare più caldo che a Palm Springs, a Death Valley, al resto della California e al resto degli Stati Uniti. Gli alberghi sono diventati tre, ma la gente è sempre la stessa, ama il deserto vero, ha la pelle corrugata, è gentile e cordiale, vive nelle roulotte Airstream parcheggiate da anni nello stesso posto, e conserva ruoli ben definiti: le donne fanno le cameriere o le commesse nell’unico spaccio della città e gli uomini riparano motori intasati dalla sabbia o fanno i benzinai. E tutti si preoccupano che tu abbia nel bagagliaio una riserva d’acqua per sopravvivere tre giorni, nel caso non tanto remoto che ti perda nel deserto e gli aiuti non arrivino prima di allora.
La sete, qui, è un brutto segno, è il segno della disidratazione, e i liquidi vanno bevuti a piccoli sorsi, a intervalli regolari e, comunque, prima di sentir seccare le labbra, perchè potrebbe già essere troppo tardi. Il deserto non perdona.

L'osservatoio astronomico di Palomar si trova nei pressi del deserto di Anza Borrego

A ridosso del Parco nazionale di Anza-Borrego c’è il più famoso osservatorio astronomico degli Stati Uniti: Palomar. Per raggiungerlo, in circa due ore da Borrego Springs, si prende la California Highway 76 e la County Road S6, una strada di montagna ripida e ventosa che porta direttamente all’osservatorio.
Qui è dove gli scienziati lavorano per risolvere enigmi e curiosità vecchie quanto l’uomo. Come si sono formati il sole e i pianeti? Come nascono, si evolvono e muoiono le stelle? Qual è l’età della Via Lattea? Quanto è vecchio  l’universo, come si è plasmato e qual è il suo destino?
Palomar è formato da una cupola rotante da 1.000 tonnellate, una struttura di altre 530, e da un telescopio il cui solo specchio pesa 14.5 tonnellate: è il telescopio Hale, dal nome dell’astronomo George Ellery Hale che, nel 1928, riuscì a ottenere dall’International Education Board, una delle istituzioni a scopo benefico del magnate Rockfeller, i fondi per costruire un avveniristico telescopio da 5 metri di diametro. Per trovare il luogo adatto alla costruzione dell’osservatorio che lo avrebbe ospitato, furono fatti diversi test per valutare le condizioni atmosferiche più adeguate che richiedevano poco inquinamento, poca illuminazione nei paesi circostanti, nessuna città nel raggio di cento o più chilometri.
Finalmente, nel 1934, fu identificato Palomar Mountain come sede ideale per ospitare l’osservatorio e il nuovo apparecchio, il cui specchio fu ultimato nel dicembre di quell’anno e che, per la cronaca, impiegò otto mesi per raffreddarsi completamente. I lavori di costruzione muraria inziarono subito dopo e furono completati nel 1941, anno dell’intervento in guerra degli Stati Uniti. Il secondo conflitto mondiale ritardò la lucidatura della superficie riflettente, che potè iniziare il suo viaggio in treno dalla sede del Corning Glass Works nello Stato di New York, dove era stata realizzata, verso Palomar Mountain, solo il 18 novembre 1947. Il telescopio entrò in funzione l’anno successivo e, da allora, è stato costantemente aggiornato e riqualificato per effettuare misurazioni sempre più precise e sofisticate.
L’osservatorio di Palomar è aperto tutto l’anno, con l’eccezione del 24 e 25 dicembre. La sala contenente il telescopio Hale si puo’ visitare tra le 9 e le 16.

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