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Povertà, politica e soccorsi umanitari

28 marzo, 2010 | Scritto da patrizia | Categoria: Psicologia, Spiritualità

È di dieci anni fa questo libro del filosofo Umberto Galimberti, Orme del sacro, un’imperdibile  pietra miliare nella selva di testi scritti sull’argomento. Riporto questi stralci perché dal Duemila, anno del giubileo, a oggi nulla è cambiato.

«La povertà non è solo mancanza di cibo, non è solo un incontro quotidiano con la malattia e con la morte, l’estrema povertà è la fuoriuscita dalla condizione umana e insieme la sua riapparizione come incidente della storia, che fa la sua comparsa televisiva quando i conduttori della storia passano da quelle lande disperate che un giorno chiamavamo “terzo mondo” e che ora, visti i tenori di vita raggiunti dal primo mondo, potremmo chiamare “non-mondo”, puro incidente antropologico, non dissimile da quegli incidenti geologici o atmosferici, che sotto il nome di terremoto o alluvione, chiedono soccorso».

«M cos’è un “soccorso umanitario” se non la latitanza della politica? E qui non penso alla politica che fa gli affari con la fame nel mondo, penso alla politica come al non-luogo della decisione, perché la decisione avviene altrove, in quell’altro teatro, l’economia, che da due secoli a questa parte ha ridotto la politica a un siparietto di quinta, dove ha luogo la rappresentazione democratica di interessi che operano dietro la scena e lontano degli schermi. La presenza dei giacimenti di petrolio ha deciso fulmineamente la guerra del Golfo, la mancanza di questi giacimenti ha fatto marcire la guerra in Bosnia e poi in Kosovo, quindi la guerra in Somalia, e oggi sulla frontiera tra Zaire e Ruanda, per non parlare della Costa d’Avorio dove non si muore di malattia, ma di fame e di machete». (…)

«In una società dove si vive di schermi televisivi e copertine di giornali, il problema non è la fame nel mondo, ma la sensibilità dei ben pasciuti a trovarsi sotto gli occhi le immagini degli affamati nel mondo. E così il problema si sposta: non più la sofferenza del “non mondo”, ma la preoccupazione che la sua casuale apparizione televisiva, in occasione di un viaggio pontificio o di una missione “turistica” del funzionari delle Nazioni Unite, possa turbare la sensibilità degli abitanti del primo mondo». (…)

«La povertà non attrae. È il rimosso di tutti. La carità che si fa con una mano è raramente accompagnata da uno sguardo capace di incontrare lo sguardo di un miserabile. In fondo la povertà fa schifo. Ed essa tende a nascondersi, per vergogna, per pudore. Tentativi non necessari, tanto nessuno la vede, e meno ancora la guarda. Fondamentalmente nessuno se ne occupa». (…)

«Ma il rimosso ritorna. E non ritorna come senso di colpa da cui è facile lavarsi con un gesto di carità. Ritorna come atrofizzazione della nostra esistenza che, per non percepire, non vedere, non sentire quel che inevitabilmente la tocca, deve procedere a tali colpi di amputazione, in ordine alla sua percezione del mondo, da diventare alla fine una povera esistenza. E qui la povertà materiale di coloro che, invisibili, si muovono nei bassifondi delle condizioni impossibili d’esistenza compie la sua vendetta, mutilando la nostra esistenza per consentirle di non percepire». (…)

Il filosofo Umberto Galimberti, immagine sacricata dal web

(…), «noi tutti resistiamo a entrare in contatto non solo con la povertà del mondo, ma anche con la sua percezione, e perciò siamo costretti a raccontarci un mondo diverso da quello che è, e a prendedre dimora in uno spazio di falsificazione».

«In questo spazio, la nostra esistenza, per non vedere, è costretta a mutilare la sua sensibilità e a divenire apatica a se stessa e povera di autopercezione. Per questo non sappiamo più chi siamo, perché la rimozione che abbiamo fatto delle condizioni di povertà del mondo è stata possibile solo con l’amputazione della sensibilità e della percezione della nostra esistenza. E allora, se i poveri non hanno pane, noi, che per non vederli abbiamo mutilato le nostre facoltà percettive, finiamo col non disporre più neppure di noi. La condizione umana infatti è comune, e il privilegio che vuol difendersi non solo dalla povertà, ma anche dalla sua percezione, è l’inganno di un giorno». (…)

Umberto Galimberti, Orme del sacro, Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, Serie bianca, Feltrinelli, Milano, 2000, cap. 43, Etica cristiana e società, (Lasciatemi morire com i miei poveri, Madre Teresa di Calcutta) pgg. 233-35.

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