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Kriya Yoga, Yogananda e la famiglia Lahiri

28 novembre, 2009 | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Shibendu Lahiri, l’attuale depositario della saggezza del Kriya Yoga – o Yoga dell’Azione, di ascendenza tantrica, la cui pratica si perde nella notte dei tempi – vive a Varanasi, nell’India orientale. Lahiri Mahasaya, il bisnonno di Shibendu e il capostipite della famiglia votata alla scienza spirituale del Kriya Yoga, fu discepolo di Babaji – l’illuminato ritenuto immortale – il quale lo scelse per diffondere l’antica tecnica e renderla una pratica accessibile a tutti. Lahiri fu anche maestro spirituale di Paramahansa Yogananda, l’autore dell’Autobiografia di uno yogi.

Babaji, Lahiri Mahasaya, Swami Shriyukteshwar, Bhupendranath Sanyal, Paramahamsa Yogananda, Satyananda

L’ultima volta che ho incontrato Shibendu all’Ananda Ashram di Milano abbiamo chiacchierato insieme a proposito di religione, intesa in senso lato, e della sua influenza sull’Uomo contemporaneo.

Si dice che la religione sia l’oppio dei popoli.

«L’Ego non accetta di essere ignorante; perciò asserisce con aggressività che tutto ciò che conosce è la verità suprema e finale. E questo conduce al fanatismo, al fondamentalismo e riporta al tanto sangue versato in nome della religione, forse più che per ogni altro motivo. Pensi alle cosiddette guerre sante, alle crociate, alla Jihad. Se santifichiamo la guerra, allora che cosa mai meriterà di essere considerato non-sacro? Le religioni non sono altro che strategie per mantenere l’Uomo nella paura per poi dargli da intendere che sono in grado di salvarlo, di liberarlo. Sono strategie create per ingannare l’umanità e mantenere l’Uomo in uno stato miserabile perenne. C’è un grande divario tra i sistemi di credenza e la vera comprensione del divino».

Come ridurre questo divario?

«Cominciando a eliminare il Paradiso, l’Inferno, il cosiddetto Salvatore e tutti gli altri in compagnia. Tenendo la mente fuori dalla religione nel suo complesso. La religione è un meccanismo protettivo creato a sostegno e a conforto dell’Io. Che peccato per l’Uomo dover sprecare tutta una vita nella paura, all’inseguimento di qualcosa che non esiste e che gli viene venduta come salvazione, liberazione, senza che possa capire, percepire, usufruire della pienezza dell’Energia universale. Il Salvatore, il Dio, è dentro l’Uomo, non è mai andato perduto. Bisogna solo saperlo vedere».

Lei usa spesso l’espressione “non-mente”. A cosa si riferisce?

«La non-mente è consapevolezza, gioia, energia. È pura Esistenza. Ma per raggiungere questo stadio bisogna imparare a vivere come fossimo ospiti: tutti noi lo siamo su questa Terra».

La ricetta è semplice solo in apparenza.

«È vero, c’è una lotta tra la mente e la non-mente. Perché mentre la prima fornisce un bagaglio di informazioni, l’altra provoca nell’Uomo una trasformazione radicale e duratura. Osservi la divinità indiana Ganesha: ha la testa grande, da elefante, e un topolino ai suoi piedi. Il topo rappresenta la mente umana al servizio della saggezza; la testa di elefante, il compimento del dominio delle facoltà superiori sull’intelletto».

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