I Magi, sacerdoti del culto di Zoroastro
“In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’Oriente e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui Persiani, il secondo Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il Paese degli Arabi. (…) Messisi d’accordo, si riunirono in uno stesso luogo e la stella, precedendoli, li guidava con i loro seguiti. (…) Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, re degli Indi, Gaspar, aveva come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamono e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di grande valore e perle fini”.
Vangelo secondo Matteo.
Il 26 dicembre dell’Anno Zero dell’Era Moderna, tre sacerdoti del culto di Zoroastro, grandi esperti di astrologia (la tradizione vuole che fossero Magi, cioè magni – grandi nella sapienza – ma anche maghi, dal greco magoi, ovvero filosofi e scienziati) si misero in viaggio da imprecisati luoghi dell’impero persiano in sella ai loro cammelli. Seguirono la rotta indicata da una stella più luminosa delle altre che era comparsa nei loro cieli la notte precedente e che li avrebbe portati verso Occidente, verso Gerusalemme, per rendere omaggio al neonato Re dei Giudei. I sacerdoti, che vestivano abiti di foggia inconsueta e portavano doni misteriosi, erano Melchiorre, un vecchio dai capelli bianchi, con una folta barba e lunghe chiome ricciute; Gaspare, un giovane imberbe e Baldassarre, di carnagione olivastra e con una barba considerevole. Il titolo di “Re” pare sia stato aggiunto da Tertulliano di Cartagine, teologo nato nel 155 d. C.

Giunti a Gerusalemme il 6 gennaio, dopo dodici giorni di viaggio, i Magi fecero visita a Erode, il re della Giudea romana, e chiesero dove si trovasse “il Re che era nato e di cui abbiamo visto sorgere la stella”. Erode, venuto così a sapere che Gesù era nato a Betlemme, invitò i Magi a fargli un resoconto del luogo quando fossero passati dalla sua reggia sulla via del ritorno. Ma i Tre Re, dopo l’adorazione del Divino Bambino, ebbero un sogno premonitore che li consigliava di tornare nei loro Paesi percorrendo una strada diversa. Sentitosi ingannato, Erode ordinò di uccidere tutti i bambini di Betlemme di età inferiore ai due anni, nella speranza che Gesù fosse tra loro. Eccidio che è passato alla storia con il nome di Strage degli Innocenti.

Dopo essersi inginocchiati davanti a colui che, se pur in fasce, era, secondo le profezie, il Salvatore, i Magi “aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. L’Oro offerto da Baldassarre è il più nobile dei metalli, emblema dello spirito e dell’eternità, e il suo colore giallo rappresenta la saggezza. L’Incenso – dal latino incedere, cosa accesa – è una sostanza impalpabile originaria dell’India e della Penisola Arabica, che aveva valore propiziatorio sia in Oriente sia nella stessa Roma. Portando in dono a Gesù l’Incenso, Melchiorre – quello dei Magi che aveva la pelle scura – riconosceva l’indissolubile legame del Bambino con il soprannaturale. La polvere di Mirra, una resina estratta da una rara pianta aromatica che cresce nell’Arabia meridionale, veniva anticamente usata per l’imbalsamazione dei corpi. Il dono della Mirra offerto da Gaspare, il più giovane dei Magi, rappresenta l’immortalità.

Non solo i doni, ma le figure stesse dei Re Magi sono cariche di significato: rappresentano le tre fasi della vita – la giovinezza, la maturità e la vecchiaia – e le tre popolazioni del mondo allora conosciuto: l’Europa, l’Asia, l’Africa.
Ma è la stessa iconografia della Natività ad essere ricca di emblemi. Maria è l’emblema dell’amore e della sofferenza materni e icona della Chiesa. Giuseppe è simbolo di umiltà e dedizione. I pastori evocano la Palestina, la Terra Promessa a Mosé. La mangiatoia che accoglie Gesù è il nutrimento simbolico per l’anima dei credenti. Le pecore rappresentano l’onestà, il candore e l’ingenuità; i cani la fedeltà assoluta. L’asino è simbolo di intelligente umiltà e della natura inferiore dell’uomo. Il bue, emblema di fertilità e fecondità in Egitto e in molte altre culture, impersona il principio generativo. L’alito che i due animali soffiano sul Bambino Divino, è inteso come il soffio vitale che alimenta il suo spirito. La stalla indica la povertà mentre la palma è l’albero della pace e dell’abbondanza. L’astro che la leggenda vuole sia la stella di Betlemme o stella della Profezia, spesso rappresentata come una cometa, è la luce che nutre, conforta, guarisce. Infine, tutto intorno, c’è il deserto. Perché il deserto è, per antonomasia, il luogo dal fascino misterioso dove si rigenera l’anima umana.