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Donne, mercato e Dalai Lama

25 novembre, 2009 | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Venerdì 20 novembre 2009, tutte le vie del Buddhismo si incontrano a Milano. Perché, oltre all’esposizione, nel pomeriggio, dei Tesori di Buddha all’Accademia di Brera, la mattina, allo Spazio Chiossetto di via Chiossetto, ha tenuto una conferenza Robert Thurman, titolare della cattedra di Studi Indo-Tibetani alla Columbia University di New York, sul tema “La crisi economica mondiale: occasione di slancio”. Thurman è anche presidente di Tibet House US, ex monaco buddhista, scrittore, traduttore di testi del Buddhismo tibetano, inserito dal New York Times e da Time tra i 25 personaggi americani più influenti, amico intimo del XIV Dalai Lama, tra l’altro il primo monaco che Sua Santità abbia ordinato. Senza grande successo, però, visto che poco tempo dopo Thurman si è innamorato di una ragazza svedese, modella e psicoterapeuta, sua attuale moglie e madre dei suoi 4 figli – la primogenita Uma è l’attrice Uma Thurman, protagonista, tra i tanti, di Kill Bill di Quentin Tarantino.


Robert Thurman con il Dalai Lama

Ho avuto l’opportunità di intervistare il professor Thurman, che ha esordito così:

«Il nome Beautiful Mind mi piace molto: a parte il concetto intrinseco che racchiude, Mind – mente – è un sostantivo femminile. Serve a ricordare che la donna è il cuore attorno a cui tutto ruota: ce lo dimentichiamo spesso. Oggi più che mai la società ha bisogno dell’elemento femminile, ha bisogno che la donna rivesta ruoli diversi, anche prestigiosi, senza però cedere all’impulso di comportarsi e atteggiarsi come un uomo. La donna non deve imitare nessuno e apportare il suo particolare contributo, la sua specificità, la sua naturalezza nell’ambiente in cui lavora. Questo sì che sarebbe un cambiamento epocale. Cominciamo a dare alla donna, a tutte le donne del mondo, i diritti che gli spettano».

Caposcuola, creatrice, leader e anima di “nonterapia” che ha organizzato il convegno è Selene Calloni, psicologa, scrittrice, documentarista, viaggiatrice infaticabile che ha  incontrato sciamani, yogi, sufi, asceti e filosofi. E che ha avuto l’onore di ricevere una particolare investitura dai monaci Theravada del Forest Hermitage di Nimalava nello Sri Lanka, grazie alla quale è ospite benvenuta negli eremitaggi della foresta dove vivono.

Ho chiesto a Selene Calloni come è nata l’idea di “nonterapia”.

«È una sera a cena con James Hillman, il re della piscologia e della filosofia contemporanea, una di quelle sere di chiacchiere a ruota libera che nasce l’idea di questa “nonterapia”. Mi venne così, mentre Hillman parlava delle sue visioni estremamente innovative rispetto alla psicanalisi freudiana, di terapie che non si possono definire tali nel senso classico del termine. Ed ecco la folgorazione. Un movimento di pensiero che si chiami nonterapia. Hillman mi incoraggiò: l’idea e il nome gli piacevano molto».

«Nasce così, più o meno nel 2002, questo movimento che ha per obiettivo l’uomo totale, che mira alla riscoperta e al risveglio del concetto di anima, al di fuori dei parametri razionali del bene-male, del giusto-sbagliato, del sano-malato. E, senza opporsi a modelli terapeutici convenzionali, si avvale dell’arte, della filosofia e delle tradizioni naturali di origine orientale per fornire alternative al modo di confrontarsi con le diversità e i disagi di ognuno. Il suo motto potebbe essere: quando il tema della felicità sostituisce il problema della normalità, la terapia si fa nonterapia».

«Perché il dio della società moderna è il mercato e allora quello che ricerchiamo, inconsapevolmente, è il benessere e la felicità che ci propone il mercato. Cosa che ha fatto nascere il culto delle macchine. Oggi è la macchina a possedere un’anima; oggi l’uomo è pura forza lavoro, vive per lavorare e per consumare quello che egli stesso produce. L’uomo lavora per comprare macchine di tutti i generi e le macchine sono diventate dio. Perciò l’uomo è diventato la macchina e la macchina ha acquisito l’anima che ha sottratto all’uomo facendolo diventare oggetto di consumo. Come se non bastasse, siamo frutto di un’educazione che tende a dare professionalità ma non umanità. E uno dei sintomi della diseducazione di oggi è la mancanza di educazione al silenzio».

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