Tesori di Luce
A Milano, venerdì 20 novembre 2009 è un grande giorno per il Buddhismo, per chi ne segue la disciplina e per i tanti curiosi che stanno pazientemente in fila. Il pomeriggio alle 18.00 l’Accademia di Brera espone nella Sala Napoleonica i “Tesori di Luce”, mille reliquie del Buddha storico, di Ananda, il suo discepolo prediletto, di grandi Maestri e Bodhisattva. La tappa italiana del tour internazionale delle reliquie voluto da Lama Zopa Rinpoche, è stata organizzata da Donna Brown con la collaborazione del Centro Mindfulness Project di Milano.
Gran parte dei Tesori di Luce sono minuscole perle di cristallo chiamate Ringsel, grandi quanto un coriandolo, scoperte tra le ceneri delle varie cremazioni, generate dalla purezza dei Maestri che in vita hanno raggiunto un elevato livello di saggezza e compassione. A volte i cristalli sono uno diverso dall’altro e rispecchiano lo spettro dei colori dell’arcobaleno; i capelli sono diventati fili di rame; i frammenti delle ossa tramutati in perle; i denti trasformati in conchiglie. Tutte reliquie che puoi apprezzare solo inforcando gli occhiali e inchinandoti davanti le teche. Una richiesta degli organizzatori?

Chi poi decide di accettare la benedizione con le reliquie del Buddha offerta dal Rinpoche presente alla cerimonia di inaugurazione, viene donata una preghiera: “La mia religione è semplice. Non c’è bisogno di templi; non c’è bisogno di una filosofia complicata. La nostra mente, il nostro cuore è il nostro tempio; la filosofia è la gentilezza”.
Mindfulness Project è un’associazione di professionisti (centromilano@mindproject.com) che lavorano “nel campo dell’integrazione tra la psicologia clinica e la meditazione, tra le scienze psicologiche della tradizione occidentale e lo studio della mente secondo l’antica tradizione orientale, con particolare riferimento al pensiero buddista”, racconta Grazia Sacchi (gsacchi@mindproject.com), psicoterapeuta, una fucina di idee, una donna instancabile che ha collaborato con Donna Brown all’impostazione della mostra delle reliquie.
Come è nato il Centro Mindfullness Project di Milano?
«L’obiettivo era di mettere insieme specialisti con preparazioni diverse ma che si integrassero a vicenda per favorire la guarigione del paziente. E questo è un punto focale. Così chi è stato per esempio in terapia da me, può a un certo punto sentire che il conflitto interiore o parte di esso si è spostato, che ne so, nel suo corpo. Potrebbe intuire che avrebbe maggiore beneficio dallo Yoga, disciplina che peraltro è inserita tra le attività del nostro Centro, e che abbiamo notato rende talvolta più di tante parole. Importante è porre attenzione al vissuto del singolo, che è diverso per ognuno di noi. Io credo che lo psicoterapeuta debba comprendere i bisogni di chi gli sta davanti ed essere così onesto da dire al paziente: “Io la aiuto in questa parte del suo percorso. Per risolvere gli altri suoi problemi deve rivolgersi a un terapista diverso perché non sono di mia competenza”».
Nell’estate 2008, Mindfulness Project aveva organizzato un seminario di due giorni con Alan Wallace, californiano doc, maestro di meditazione, ex monaco buddista nonché filosofo, scienziato, conferenziere, scrittore di bestseller internazionali – uno per tutti: Contemplative Science: Where Buddhism and Neuroscience Converge (Columbia University Press, Aprile 2009). Un mito, Wallace, nel campo della spiritualità e della spiritualità applicata alla scienza. E viceversa. Se ancora non lo conoscete, entrate in Google e digitate il suo nome: troverete migliaia di risultati.
Nato nel 1950 sulle torride colline intorno a Los Angeles e dopo aver vissuto 14 anni nell’entourage del Dalai Lama, di cui è tuttora interprete e traduttore, oggi Alan Wallace vive e lavora nei dintorni di Santa Barbara, sulla sponda americana del Pacifico.
Tra gli appunti del corso, ho ritrovato quanto aveva detto a proposito della supposta “normalità” della mente.
«Sappiamo per davvero cos’è la serenità, cos’è la normalità? Oggi siamo stanchi non tanto per quanto lavoriamo ma per come lavoriamo: la mente è tesa, agitata, sovrastimolata e affaticata per essere stata sovrastimolata. Una catena di elementi negativi che porta a sentirsi esauriti, tormentati. Questa sensazione è così comune da essere diventata un modus vivendi. Si tratta invece di un disturbo bello e buono».
«Oggi troviamo normale che la mente spari pensieri senza controllo, come un rubinetto aperto che non riusciamo a chiudere. Per superare la trappola in cui ci troviamo dobbiamo rilassarci ed essere consapevoli del nostro corpo, del respiro che entra e che esce. Dobbiamo inspirare ed espirare serenamente».
«Non si guarisce facendo qualcosa, ma facendo “niente”, osservando la sofferenza. Un po’ come quando copriamo un taglietto con il cerotto e il giorno dopo lo troviamo cicatrizzato. Non abbiamo fatto nulla per guarire la ferita, l’abbiamo solo coperta permettendole di cicatrizzarsi in piena autonomia. Allo stesso modo apriamo il vaso di Pandora della mente, della felicità, del dolore, della rabbia, della paura. Draghiamo la mente. E perché ciò avvenga, dobbiamo praticare la meditazione non solo nei seminari del fine settimana, non solo nel salotto di casa ma nella vita di tutti i giorni, un po’ come quando dormiamo e siamo in grado di riconoscere i sogni senza esserne assorbiti, osservandoli con consapevolezza, senza paura. Come può un arcobaleno danneggiare un altro miraggio?»