La nuova frontiera alimentare

Hai voglia a chiamarlo cibo a stelle e strisce. Sarà anche il cibo mitizzato dal film American Graffiti, ma con me non attacca. La nuova frontiera alimentare americana è il trionfo del marketing applicato all’industria delle quattro ruote. Non è un caso che sia l’unico pasto completo che si possa consumare nel chiuso della propria macchina in un parcheggio, sulla freeway, in un cinema drive-in.
Dalle mie parti, a Trieste, non si sapeva neanche cosa fosse l’hamburger. Fast food, lo spuntino veloce, era e rimane sinonimo di Giuseppe lo Sloveno (il Buffet da Pepi), un bugigattolo con quattro tavolini e tre camerieri accanto al palazzo della Borsa, nella parte elegante della città. Giuseppe lo Sloveno ha da poco festeggiato i cent’anni di attività senza mai conoscere crisi, orgoglioso che nessun turista distratto l’abbia ancora scoperto. Da Giuseppe lo Sloveno ci vanno solo gli intenditori. Un trionfo di cotiche, porchetta, prosciutto cotto in crosta, crauti, cotechini, salsicce di cranio, würstel con senape e rafano grattugiato, pane con il cumino e fiumi di vino e di birra.
Quando le navi americane attraccano nel porto di Trieste, i marinai in libera uscita non si riversano nelle trattorie del porto dove si mangia da dio, ma marciano per chilometri pur di trovare un posto che venda hamburger. Di Giuseppe lo Sloveno la flotta statunitense, con tutto l’apparato di spionaggio messo a disposizione dal Pentagono, dalla CIA, dai satelliti spia, non ha mai sentito parlare. Buffo: tanto gli americani sbavano per le novità e l’avventura, tanto sono conservatori in cucina. Un’amica ci raccontava che quando, da dieci anni, una volta alla settimana invitava a cena il fratello del marito, poteva cucinargli solo bistecca e patate. Cosa mangiava il resto della settimana? Bistecca e patate.
In famiglia, da sempre, sono stata abituata a una cucina semplice e leggera. Quando ero bambina, una volta la settimana nonna Rosa mi preparava gli schnitzel, carne trita di primissima scelta schiacciata tra le mani e composta in forma di bistecchina rotonda condita con sale e olio, e poi cotta a bagnomaria tra due piatti di porcellana bianca appoggiati sopra una pentola d’acqua in ebollizione. Se non fosse per le salse, che non si usavano perché non c’era bisogno di correggere il sapore degli schnitzel, e per la forma che non era perfettamente rotonda, si potrebbe dire che erano gli antenati degli hamburger.
Il primo hamburger lo assaggiai passati i trent’anni. Eravamo a metà strada tra Los Angeles e San Francisco e devo dire di non esserne rimasta folgorata. Un ammasso di grassi indigeribile che fa puzzare l’alito fino alla mattina seguente.
Quando arrivai in California, mi vantavo di non avere niente a che fare con l’hamburger fino a quando scoprii di essere nata lo stesso giorno, mese e anno in cui Frank Menches, il suo inventore, era passato a miglior vita. Una coincidenza imbarazzante per una buongustaia come me. Appresi anche che l’hamburger, per legge – Ministero dell’Agricoltura, Codice Federale 1946; 319,15/B – “deve essere composto di carne di manzo tritata fresca e/o congelata con o senza aggiunta di grasso di manzo in quanto tale e/o condita; non deve contenere più del trenta percento di grasso; non deve contenere acqua aggiunta, nè fosfati, nè addensanti, nè sostanze inerti” .
Ma, fatta la legge, trovato l’inganno, si direbbe dalle nostre parti. Già, perché alla carne magra di bovino giovane, allevato al pascolo, viene aggiunto quel famoso trenta per cento di grassi prelevato da bovini adulti, cresciuti in stalla con la tecnica dell’ingozzamento, ventidue ore su ventiquattro.
La cosa che mi ha sempre colpito è quest’amore degli americani – a dire la verità degli anglosassoni in generale, gli inglesi ne sono maestri – per il cibo tritato, omogeneizzato, premasticato, come se non volessero fare fatica con le mascelle. Non è un caso che il vero cibo nazionale americano sia la carne in scatola Spam. Anche se meno nota in Italia, la Spam fa parte, di diritto, della cronaca e del folklore delle tavole d’oltre oceano. Con la Spam gli americani hanno sfamato i loro soldati al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno dato da mangiare agli alleati inglesi e ai sovietici che, in quegli anni, soffrivano per il razionamento di cibo. E di lì a poco sarebbe stata salutata come la manna dal cielo dai tedeschi della Berlino liberata dal nazismo. Elvis Presley se ne imbottiva i panini. Alle Hawaii è tuttora considerata una leccornia, spalmata dentro all’involtino sushi a base di riso e alghe che, secondo una tradizione millenaria, dovrebbe contenere niente più che un minuscolo filetto di pesce crudo. Magia della potenza imperiale di un Paese.
Spam o the miracle meat, la carne miracolo, come la chiamano gli americani, nacque a Austin, Minnesota, nel 1937, dalla spalla di un maiale mescolata a prosciutto proveniente dalla spalla di un altro maiale, speziata, colorata di rosa e resa spalmabile prima di essere messa in scatola. Da allora, ogni anno, negli Stati Uniti, se ne vendono novanta milioni di lattine e altri cinquanta milioni vengono esportati al di là dei confini nazionali. Esiste persino uno Spam Fun Club che conta migliaia di seguaci e una ventina di siti Internet. Alla riunione di Spam Jam, letteralmente marmellata di Spam, che si tiene tutti gli anni a Austin, gli avanzi del picnic sono la materia prima usata per il concorso di scultura a cui partecipano artisti dilettanti.
Spam al forno
Ingredienti per quattro persone
1 scatoletta di Spam
1/2 tazza di zucchero grezzo
1 cucchiaino da tè di aceto
2 cucchiaini da tè di senape
1 cucchiaino da tè di salsa Worcester
1 o 2 cucchiaini da tè di acqua
12 chiodi di garofano
Riscaldare il forno a 190 gradi. Togliere lo Spam dalla lattina. Appoggiarlo in una teglia foderata di carta da forno e, con una spatola, dargli la forma di un rombo o la sagoma di un animale.
In una ciotola, mescolare insieme gli altri ingredienti: zucchero, aceto, senape e Worcester. Se l’impasto risultasse troppo consistente, scioglierlo con uno o due cucchiaini di acqua, facendo però attenzione a non diluirlo troppo. Assaggiare e aggiustare di sale e di pepe. Coprire lo Spam con la salsa ottenuta. Inserire i chiodi di garofano sulla superficie, dandogli l’aspetto del porcospino.
Mettere il “finto prosciutto” nella parte centrale del forno già riscaldato a 180 gradi e lasciar cuocere per 30 minuti, avendo cura di girare la teglia 2 o 3 volte durante la cottura.