Jorge Luis Borges e la realtà della fiaba
«Mi piacerebbe che oggi parlassimo di una cosa che molti desiderano sapere. Di come cioè, si produce in lei il processo della scrittura: come ha inizio nel suo intimo una poesia o un racconto. (…)»
«Comincia con una specie di rivelazione. Uso questa parola in modo modesto, non presuntuoso. A un tratto so che sta per accadere qualcosa e questo può essere, se si tratta di un racconto, il principio o la fine di esso. Se è una poesia, è invece un’idea più generale; a volte è stato il primo verso a essermi suggerito. Qualcosa insomma mi viene dato; poi intervengo io, e forse a questo punto si rovina tutto … Nel caso di un racconto, conosco il principio, il punto di partenza, e il fine, la meta da raggiungere. Ma debbo scoprire, coi miei mezzi limitati, che cosa succede tra il principio e la fine. E ci sono altri problemi da risolvere, per esempio se è opportuno che il fatto sia raccontato in prima o in terza persona. Poi bisogna cercare l’epoca adatta al racconto; la mia soluzione personale è, lo trovo più comodo, situarlo nell’ultima decade dell’Ottocento». (…)
«Io (…) scelgo un’epoca un po’ lontana, un luogo un po’ distante, e questo mi accorda libertà, posso … fantasticare, magari falsificare. Posso mentire senza che nessuno se ne accorga e soprattutto, senza che io stesso me ne accorga, giacché è necessario che uno scrittore che scrive una favola, per quanto fantastica possa essere, creda, sul momento, alla realtà della favola».
Dallo scaffale dietro la mia scrivania
Jorge Luis Borges, Conversazioni (con Osvaldo Ferrari), Tascabili Bompiani, RCS, Milano, 2000, traduzione di Francesco Tentori Montaldo, cap. 6: Come nasce e si fa un testo di Borges, pg. 50, 51.