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	<title>Alchimie &#187; Ricette USA</title>
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	<description>Queste sono le storie che vi voglio raccontare</description>
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		<title>L&#8217;inutilità degli oggetti e l&#8217;essenza della vita</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 20:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anna è una donna di 92 anni che vive a Trieste in una residenza per anziani. Ha visto la sua casa per l’ultima volta una sera d’inverno del 2004, quando è caduta rompendosi l’osso sacro. Dopo tre mesi di calvario, Anna viene accolta nella struttura in cui ancora si trova: ha con sé una piccola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anna è una donna di 92 anni che vive a Trieste in una residenza per anziani. Ha visto la sua casa per l’ultima volta una sera d’inverno del 2004, quando è caduta rompendosi l’osso sacro. Dopo tre mesi di calvario, Anna viene accolta nella struttura in cui ancora si trova: ha con sé una piccola borsa con dentro una vestaglia, due camicie da notte, tre cambi di biancheria e un piccolo beautycase. La porta del suo appartamento si è chiusa dietro di lei per sempre. Addio al pianoforte, agli spartiti di musica, ai ninnoli, alle lenzuola con i pizzi, e addio anche ai manicaretti e al vino rosso che ama tanto. Le figlie le comperano un televisore nuovo, un cellulare, le portano un po&#8217; di vestiti. Amici e allievi le riempiono la stanza di fiori, di piante e di libri. Dopo quasi sette anni, oggi, 2 giugno 2011, Anna possiede ancora pochissime cose e quelle che ha le sembrano troppe.</p>
<p>Annamaria è entrata in convento a 17 anni, rinunciando a ogni cosa. L’armadio della sua stanza contiene un cambio d’abito e di biancheria e sul comodino c’è il libro di meditazione e di preghiere. Annamaria vive felice, glielo si legge negli occhi.</p>
<p>Una sera, lo sguardo fisso alla solita giungla che il <a href="http://www.tvdream.net/documentari/national-geographic-documentari-vari/" target="_blank"><em>National Geographic Channel</em></a> propone a getto continuo, un pensiero mi sfiora la mente: gli animali selvatici migrano senza valigia. La scoperta dell’acqua calda, come si dice, ma io non ci avevo mai fatto caso, almeno non in termini di rapidità negli spostamenti.</p>
<p>Anna, la mia mamma; Annamaria, la zia di mio marito, hanno in comune con tigri, rinoceronti e gru il senso di libertà che si prova a vivere leggeri. La relazione tra persone e animali può suonare blasfema, ma provo per loro una certa invidia. Arturo, il nostro pastore tedesco nato alle porte di San Diego, aveva portato con sé molti più oggetti quando si era trasferito insieme a noi a Milano: la gabbia con cui aveva viaggiato grande quanto un tavolo quadrato per quattro persone, la ciotola per l’acqua e il cibo (leggi salmone), tre guinzagli con i rispettivi collarini, una museruola d’ordinanza e medicine varie. Oltre, naturalmente, al passaporto, ai documenti di viaggio e agli attestati che lo dichiaravano esente da rabbia e altre malattie canine. By by California, ben arrivato in Italia.</p>
<p>Tutto questo mi è passato per la mente qualche giorno fa leggendo, di <a href="http://www.lasfidadelle100cose.it/" target="_blank">Dave Bruno</a>, <em><a href="Dave Bruno, author of 'The 100 Thing Challenge,' visits the 700 Club studio to talk about the importance of de-cluttering your life... The Christian Broadcasting Network CBN http://www.cbn.com" target="_blank">La sfida delle 100 cose. Come mi sono liberato di quasi tutto</a>. Ho ricostruito la mia vita e mi sono riappropriato della mia anima</em> – l’esperienza di un uomo che ha arricchito la sua vita semplificandola, riducendola cioè a 100 fatidici oggetti – (<a href="http://www.tecnichenuove.com/">Tecniche Nuove</a>, Milano, 2001, € 14,90). Dave è un californiano <em>doc</em>, nato a San Diego dove tuttora vive con la moglie, le tre figlie e il cane meticcio Piper. Ha un master in tema di religione e dei suoi risvolti nella vita americana, la passione per il surf, la bici e l’escursionismo, ed è cofondatore della casa editrice <em>ChristianAudio</em> specializzata in audiolibri.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2908" title="La sfida delle 100 cose di Dave Bruno" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2011/06/images.jpg" alt="La sfida delle 100 cose di Dave Bruno" width="180" height="228" /></p>
<p><span id="more-2901"></span></p>
<p>La storia di Dave Bruno è tipicamente americana. Scrive: «Ho un’idea. Un’idea nata spontaneamente che potrebbe cambiarmi per sempre la vita. Ho deciso di chiamarla la sfida delle 100 cose. E di metterla in pratica. La mia vita è cambiata sul serio. (…) La sfida delle 100 cose mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia esistenza e non soltanto sui beni materiali. Chiedendomi quali conseguenze avesse su di essa il fatto di avere troppo, è venuto da sé pormi la stessa domanda rispetto ad altri aspetti della vita. Quali conseguenze aveva il fatto di lavorare troppo? Aggiungere lavoro su lavoro sottraeva significato alla mia vita?». E si domanda. «Chi può dirsi soddisfatto? (…) Nessuno. (…) Ma provate voi a crederci davvero quando siete al centro commerciale. Provate a crederci quando avete messo in piedi un’azienda di successo. Nella smania del momento ci si dimentica che la felicità è una scelta interiore e non una merce da comprare».</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2909" title="Dave Bruno" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2011/06/images-2.jpg" alt="Dave Bruno" width="240" height="160" /></p>
<p>Fatte le sue brave considerazioni, Dave vende la sua partecipazione nella casa editrice ed elimina dalla propria vita tutto quanto gli pare superfluo, fino ad arrivare alle fatidiche “100 cose”. Ma se la sfida è stata una decisione improvvisa, la consapevolezza di essere schiavo del consumismo imperante fa parte del suo lungo percorso di crescita. Scrive Dave Bruno: «Nel tentativo di acquistare il sogno americano abbiamo prosciugato conti in banca, imprese, governo e ambiente, ma ci siamo anche prosciugati l’anima».</p>
<p>Quali sono allora gli oggetti che il coraggioso californiano decide di tenere? Oltre all’indispensabile biancheria, alle scarpe e al vestiario e molto altro ancora, la Bibbia di famiglia e la fede nuziale, la penna preferita, il portafogli, la tenda e lo zaino per escursioni, i biglietti da visita, l’abbonamento alle riviste <a href="http://http://needmagazine.com/" target="_blank"><em>Need</em> </a>e <a href="http://www.backpacker.com/" target="_blank"><em>Backpacker</em></a> e l’autoritratto a olio premiato a un concorso. Scelte difficili fatte con il sostegno della moglie Leanne e sotto lo sguardo indagatore delle piccole Lucy, Phoebe e Bridget che temono, prima o poi, di dover liberarsi delle bambole preferite.  Piper il meticcio, no, quello non si tocca.</p>
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		<title>Pronto soccorso emotivo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 10:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il grande errore nella cura delle malattie è che esistono medici per il corpo e medici per l&#8217;anima, per quanto mente e corpo non possano essere separati.
Platone


Perché è importante curare le ferite emotive? Perché il prezzo da pagare per la loro mancata cura si riflette in ogni sfaccettatura della nostra vita. Soffocare il dolore e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Il grande errore nella cura delle malattie è che esistono medici per il corpo e medici per l&#8217;anima, per quanto mente e corpo non possano essere separati.</em></p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Platone" target="_blank">Platone</a></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;">
<div id="attachment_2520" class="wp-caption aligncenter" style="width: 122px"><img class="size-full wp-image-2520" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2010/11/images3.jpg" alt="Immagine scaricata dal web" width="112" height="172" /><p class="wp-caption-text">Immagine scaricata dal web</p></div>
<p style="text-align: left;"><strong>Perché è importante curare le ferite emotive? Perché il prezzo da pagare per la loro mancata cura si riflette in ogni sfaccettatura della nostra vita</strong>. Soffocare il dolore e il ricordo di ferite emotive non risolte ci induce a limitare il piacere nel provare gioia o altri sentimenti positivi, ci fa rinunciare al successo in amore e nel lavoro. In breve, ci trascina in un baratro senza che ne siamo consapevoli e ci porta a cadere nuovamente nella vecchia trappola. In breve, il rischio di farci male di nuovoè altissimo.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Lo schema che segue è ricavato da </strong><em><strong>Pronto soccorso emotivo</strong>. Una strategia efficace per trovare sollievo immediato in caso di delusioni, perdite o altre sofferenze psicologiche</em>, appena pubblicato da <a href="http://www.tealibri.it/genere.asp?oid=6" target="_blank">Tea</a>. A pagina 33 l&#8217;autrice <a href="http://www.gael-lindenfield.com" target="_blank">Gael Lindenfield</a> &#8211; psicoterapeuta di successo con all&#8217;attivo una decina di libri &#8211; rappresenta graficamente il circolo vizioso a cui accennavo prima, cioè cosa accade quando, per l&#8217;appunto, si cerca di rimuovere la ferita senza davvero curarla.</p>
<p style="text-align: center;">Ferita emotiva</p>
<p style="text-align: center;">rimozione dei sentimenti dolorosi</p>
<p style="text-align: center;">appiattimento generale della sensibilità emotiva</p>
<p style="text-align: center;">difficoltà relazionali</p>
<p style="text-align: center;">ulteriori ferite</p>
<p style="text-align: center;">livelli deludenti di realizzazione</p>
<p style="text-align: center;">ulteriori ferite</p>
<p style="text-align: center;">sconnessione emotiva</p>
<p style="text-align: center;">solitudine</p>
<p style="text-align: center;">motivazione positiva minima</p>
<p style="text-align: center;">fallimento</p>
<p style="text-align: center;">apatia</p>
<p style="text-align: center;">scarsa autostima</p>
<p style="text-align: center;">cinismo</p>
<p style="text-align: center;">depressione cronica</p>
<p style="text-align: center;">nessuna capacità di recupero emotivo</p>
<p style="text-align: center;">e si tocca il fondo.</p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-2516"></span></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Si dovrebbe invece usare ciò che abbiamo imparato dalla cura delle nostre ferite per migliorare noi stessi e aiutare gli altri</strong>, e dirigere l&#8217;energia fresca e positiva verso un progetto benefico già costituito o per idearne uno nuovo che abbia come obiettivo la riduzione della sofferenza umana.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il libro è diviso in tre part</strong>i: l&#8217;approccio al metodo del Pronto soccorso emotivo; il metodo vero e proprio &#8211; esplorazione, espressione, conforto e consolazione, compensazione, prospettiva, incanalamento, perdono &#8211; e i suggerimenti per far tesoro delle proprie ferite per aiutare se stessi e gli altri.</p>
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
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		<title>9 passi per vivere felici</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 15:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lisa Nichols]]></category>
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Che La legge della determinazione di Lisa Nichols pubblicato in Italia da Corbaccio sia un bestseller ancora prima di comparire sugli scaffali delle librerie, ce lo dice l&#8217;elaborata  brochure che accompagna il libro destinata ai giornalisti: un investimento in carta patinata, di quelli che le case editrici fanno solo per gli autori importanti, da milioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://successoshop.wordpress.com/2010/10/07/lisa-nichols-la-legge-della-determinazione/" target="_blank"></a></p>
<div id="attachment_2420" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-2420" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2010/11/lisa.jpg" alt="Lisa Nichols, immagine scaricata dal web" width="200" height="249" /><p class="wp-caption-text">Lisa Nichols, immagine scaricata dal web</p></div>
<p><strong>Che <em>La legge della determinazione </em>di Lisa Nichols pubblicato in Italia da Corbaccio sia un bestseller</strong> ancora prima di comparire sugli scaffali delle librerie, ce lo dice l&#8217;elaborata  brochure che accompagna il libro destinata ai giornalisti: un investimento in carta patinata, di quelli che le case editrici fanno solo per gli autori importanti, da milioni di copie.</p>
<p>Nel suo nuovo saggio <a href="http://successoshop.wordpress.com/2010/10/07/lisa-nichols-la-legge-della-determinazione/" target="_blank">Lisa Nichols </a>rivela il percorso che l&#8217;ha portata a essere uno dei maestri di<em> <a href="http://www.thesecretitalia.it/index.php/Maestri/Lisa-Nichols.html" target="_blank">The Secret</a></em>, il libro precedente tradotto in 36 lingue, che ha venduto milioni di copie<em>. La legge della determinazione</em> contiene un programma in 9 passi per avviarsi sulla strada dell&#8217;autorealizzazione e della felicità. Ogni capitolo è dedicato a un &#8220;muscolo emozionale&#8221; da allenare: la fiducia in se stessi, l&#8217;onestà, la capacità di accettazione, l&#8217;indulgenza. La Nichols racconta la storia della sua vita in un&#8217;intervista su <em>You Tube</em>. Eccola.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="280" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/_4sH3-eH9zs?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="280" src="http://www.youtube.com/v/_4sH3-eH9zs?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Ma come si fa a essere come lei</strong>? Scrive Lisa Nichols nel suo manuale <em>how to</em>, ricordando il periodo in cui voleva cambiare mestiere: «Aprii un secondo conto in banca e lo chiamai “Vivere il mio sogno”. Ogni giorno di paga, dopo aver depositato lo stipendio sul mio conto regolare, scrivevo degli assegni con la dicitura “Finanziare il mio sogno” nella causale, per ogni centesimo che riuscivo a risparmiare, a volte fino al 40 per cento dello stipendio. Tagliai ogni spesa immaginabile per depositare il più possibile nel conto: cominciai a farmi le unghie e i capelli da sola; compravo cibo all’ingrosso impegnandomi a cucinare e a non uscire a cena; scelsi persino un nuovo percorso per recarmi al lavoro per evitare “gli archi dorati” di McDonald’s. (…) Sostituii la mia auto elegante con una economica senza rate».</p>
<p>«<strong>Questa strategia si rivelò utile sotto molto aspetti</strong>. Oltre a farmi risparmiare soldi per iniziare la mia attività, mi diede anche la possibilità di considerare il mio attuale lavoro da una nuova prospettiva. Se prima lo vedevo come un ostacolo che si frapponeva fra me e quello che realmente volevo fare perché mi offriva sicurezza, adesso diventò il primo sponsor della mia attività, che mi forniva le risorse per assicurare il mio futuro. Questo sortì un enorme cambiamento nella mia energia. (…) Nel giro di due anni e mezzo riuscii a risparmiare 62.000 dollari. Preparata a vivere con 31.000 dollari all’anno, (…) compii il balzo, lasciandomi alle spalle il mio impiego e il mio reddito a sei cifre, benefici sanitari e vacanze pagate». (…)</p>
<p><span id="more-2414"></span>«<strong>Dire di sì alla vostra chiamata non significa dire di sì a una vita di penuria</strong>, privazione e paura. Onorate le vostre passioni e obiettivi, ma rispettate anche i vostri bisogni di base (…)Pianificate il vostro futuro in tutti gli aspetti. (…) Gli obiettivi confusi non ispirano l’azione (…) Analizzate il lavoro necessario per rendere il vostro sogno realtà e spezzettatelo in compiti gestibili a tempo determinato. Quindi procedete a definire i <em>passi </em>necessari per raggiungere le vostre pietre miliari: piccole, specifiche mansioni giornaliere o settimanali che possono essere spuntate una volta completate. (…) Stabilite dei limiti temporali ragionevoli per centrare il bersaglio.(…) Poi cominciate ad agire». (…)</p>
<p>«<strong>Pianificare non è una cosa che dovete fare da soli</strong>, vi sarà utile cercare l’appoggio di altri che possano offrirvi guida, sostegno e opinioni. (…) Per muovervi alla massima velocità, iscrivetevi a (&#8230;) gruppi di supporto. (…) Dire di sì significa anche dire di no alle cose che vi distolgono dal vostro obiettivo. (…) Annotare gli obiettivi e tenere un diario dei successi può essere un metodo efficace per restare in carreggiata». (…)</p>
<p>«<strong>Sarete sorpresi da come la vita interviene per sostenere i vostri progetti</strong> quando prendete l’iniziativa. (…) Sembra magia, ma non lo è: la vostra concentrazione e le vostre azioni li attirano verso di voi. Voi siete il catalizzatore che fa spostare le cose. <strong>Quando dite di sì e avanzate con energia, lucidità ed entusiasmo, l’universo vi stringe la mano e diventa un socio volonteroso</strong>».</p>
<p>«<strong>Infine, forse il vostro piano avrà bisogno di essere modificato</strong> e cambiato mentre procedete. (…) Un forte muscolo del dico-di-sì vi aiuta ad adeguarvi alle maree, a espandervi e contrarvi, e a dare e prendere quanto occorre. (…) Sperimenterete una vita di eccellenza e gioia, invece che alcuni momenti felici sparsi qua e là».</p>
<p>Lisa Nichols, <em>La legge della determinazione. Per vivere la Legge dell’attrazione bisogna imparare a essere determinati</em>.<a href="http://www.corbaccio.it/novita.asp?editore=Corbaccio" target="_blank"> Corbaccio</a> 2010, pgg 155-160.</p>
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		<title>Spam al forno: provatela se avete coraggio</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 20:11:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[Barbecue]]></category>

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		<description><![CDATA[
Provate questa ricetta [se avete coraggio].
Ingredienti per quattro persone
1 scatoletta di Spam
165 grammi di zucchero grezzo
1cucchiaino da te’ di aceto
2 cucchiaini da te’ di senape
1 cucchiaino da te’ di salsa Worcester
1 o 2 cucchiaini da te’ di acqua
12 chiodi di garofano
Riscaldare il forno a 190 gradi. Togliere lo Spam dalla lattina. Appoggiarlo in una teglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-201" title="Carne in scatola Spam" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/05/42-178015451-530x346.jpg" alt="Carne in scatola Spam" width="530" height="346" /></p>
<p><strong>Provate questa ricetta [se avete coraggio].</strong></p>
<p><em><span id="more-200"></span>Ingredienti per quattro persone</em></p>
<p><em>1 scatoletta di Spam<br />
165 grammi di zucchero grezzo<br />
1cucchiaino da te’ di aceto<br />
2 cucchiaini da te’ di senape<br />
1 cucchiaino da te’ di salsa Worcester<br />
1 o 2 cucchiaini da te’ di acqua<br />
12 chiodi di garofano</em></p>
<p>Riscaldare il forno a 190 gradi. Togliere lo Spam dalla lattina. Appoggiarlo in una teglia foderata di carta da forno e, con una spatola, dargli la forma di un diamante – la preferita  dalle casalinghe americane negli anni Quaranta e Cinquanta &#8211; o la sagoma di un animale.<br />
In una ciotola, mescolare insieme gli altri ingredienti: zucchero, aceto, senape e Worcester. Se l’impasto  risultasse troppo consistente, scioglierlo con uno o due cucchiaini di acqua, facendo pero’ attenzione a non diluirlo troppo. Assaggiare ed eventualmente aggiungere sale e senape, secondo il gusto personale. Coprire lo Spam con la salsa ottenuta.<br />
Inserire i chiodi di garofano sulla superficie dello Spam, dandogli l’aspetto del porcospino. Mettere il “finto prosciutto’ nella parte centrale del forno gia’ caldo e lasciar cuocere per trenta minuti, avendo cura di girare la teglia due o tre volte durante la cottura.</p>
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		<title>Wok</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[San Francisco]]></category>
		<category><![CDATA[Wok]]></category>

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		<description><![CDATA[La wok è la wok. La wok è la pentola che milioni di cinesi usano da secoli per cucinare ogni tipo di cibo: dal pesce alla carne, dal riso ai vegetali. La wok è una semisfera dalle proporzioni perfette, un universo di vapori, suoni, odori che avvolge il cuoco e incanta i commensali con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La wok è la wok.</strong> La wok è la pentola che milioni di cinesi usano da secoli per cucinare ogni tipo di cibo: dal pesce alla carne, dal riso ai vegetali. La wok è una semisfera dalle proporzioni perfette, un universo di vapori, suoni, odori che avvolge il cuoco e incanta i commensali con la complessità dei suoi sapori.  La wok non ammette ambiguità nè indecisioni in cucina. Esige coraggio, fierezza e, talvolta, insolenza. Come tutte le creature eclettiche, è tollerante solo con chi dimostra doti di creatività. Nessun’altra pentola è così versatile. Dentro ci si può friggere, soffriggere, fare l’arrosto o il bollito e anche cuocere a vapore, con l’assoluta certezza di ottenere un risultato superiore a qualsiasi altra ricetta preparata in un recipiente diverso. <span id="more-108"></span><br />
<strong>A me personalmente, la wok &#8211; che ci ha seguito in tutti i nostri spostamenti, al di qua del Mediterraneo e al di là dell’oceano Pacifico</strong> &#8211; scatena la fantasia e le papille gustative. Mi basta guardarla per provare una passione irrefrenabile e per immaginare il risultato finale del piatto che voglio sperimentare. Apro il frigorifero, tuffo nella wok tutto quello che mi serve, accendo il fuoco e mescolo gli ingredienti a fiamma molto alta. In pochi minuti la cena è pronta. È sufficiente sostituire la carne con il pesce, o scegliere una verdura diversa per rinnovare l’incantesimo. Sera dopo sera. In qualsiasi parte del mondo mi trovi. E gli amici fanno la fila per assicurarsi un posto a tavola.<br />
Il mio fornitore di pentole wok si trova a San Francisco, nella parte alta del quartiere cinese, verso North Beach. È un signore anziano che mi ha stregato con la  competenza e l’assortimento di pentole del suo negozio scoperto nel lontano 1985, quando accompagnai Claudio, che avevo conosciuto da poco, in uno dei suoi soliti viaggi californiani. Mentre Claudio era in giro con Douglas Kirkland per lavorare a una storia sulla polizia di San Francisco, io passai la mattina con quell’uomo e le sue commesse. Io non parlo cinese e il loro inglese non era dei migliori, ma l’entusiasmo culinario ci fece superare le barriere linguistiche e uscii di là con una wok completa di accessori e mestoli, e la fornitura di salse per un anno. Non potevo mica fidarmi di cercarle a Milano. E se poi non le avessi trovate? Claudio che si entusiasma sempre per i miei acquisti culinari, non me lo avrebbe perdonato. Neanche dirlo fu lui il primo a sperimentare gli intrugli italo-cinesi che inventavo. Questa è la ricetta, ormai storica, che ho cucinato nella mia prima wok, nel settembre del 1985, di ritorno a Milano.<br />
<strong><br />
Gamberoni alla pechinese</strong><br />
<em>Ingredienti per 4 persone</p>
<p>8 gamberoni<br />
3 cucchiai di olio extravergine di oliva<br />
1 cucchiaio di ginger gratuggiato<br />
1  spicchio  di aglio schiacciato<br />
1 cucchiaio da tavola di sherry secco</p>
<p><strong>Per la salsa</strong><br />
1 cucchiaino da caffè di zucchero<br />
1/2 cucchiaino da caffè di sale<br />
1 cucchiaino da caffè di aceto bianco<br />
1 cucchiaino da caffè di tamari<br />
1 cucchiaino da caffè di salsa di pomodoro sciolta in un cucchiaio da tavola di acqua tiepida<br />
1 cucchiaino da tè di maizena<br />
1 pizzico di pepe bianco<br />
1  tazza abbondante di brodo di pollo o brodo vegetale leggero</p>
<p><strong>Per insaporire</strong><br />
1 cucchiaio da tavola di olio di sesamo<br />
2 cucchiai da tavola di porro, tagliato a striscioline</p>
<p>Tagliare il dorso ai gamberi e asportare la vena. Lavarli sotto l’acqua corrente e estrarli dal guscio. Eliminare l’eccesso d’acqua e lasciarli asciugare su un foglio di carta  assorbente da cucina. Tagliarli a metà nel senso della lunghezza. In una ciotola, preparare la salsa unendo tutti gli ingredienti tranne il brodo. Mescolare bene. Aggiungere il liquido un po’ alla volta  e continuare a girare. </em><br />
<em>Ungere la wok con del cotone o della carta da alimenti, poi versare l’olio e scaldarlo a fuoco alto per un minuto. Unire l’aglio e il ginger. Quando l’aglio è dorato, aggiungere i gamberi, formando un solo strato a corolla. Muovere la  wok in senso circolare per far prendere a tutti un po’ di condimento. Girare i gamberi quando hanno assunto il caratteristico colore rosato.<br />
Far colare lo sherry tutto intorno alla wok. Mescolare con entrambe le palette e poi spostare i gamberi verso il bordo della pentola. Versare al centro la salsa e girare con le palette. Quando si sarà addensata, unire l’olio di sesamo e il porro e mescolare bene. Rigirare i gamberi per farli insaporire.<br />
Versare in piatti individuali e portare subito in tavola, prima che si freddino.</p>
<p></em></p>
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		<title>La festa del tacchino</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[Thanksgiving]]></category>

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Fu Dana a introdurmi ai misteri di Thanksgiving, la festa del Ringraziamento che, insieme a quella del 4 di luglio è, senza dubbio, la più sentita fra le celebrazioni a stelle e strisce. George Washington, per primo, fissò la data della ricorrenza il 26 novembre, poi, Abraham Lincoln ne spostò la celebrazione all’ultimo giovedi del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-117" title="Il tacchino di Thanksgiving" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/tacchino-300x193.jpg" alt="Il tacchino di Thanksgiving" width="300" height="193" /></strong></p>
<p><strong>Fu Dana a introdurmi ai misteri di Thanksgiving</strong>, la festa del Ringraziamento che, insieme a quella del 4 di luglio è, senza dubbio, la più sentita fra le celebrazioni a stelle e strisce. George Washington, per primo, fissò la data della ricorrenza il 26 novembre, poi, Abraham Lincoln ne spostò la celebrazione all’ultimo giovedi del mese per dare l’opportunità alle famiglie di riunirsi e trascorrere insieme qualche giorno. È in pratica un ponte istituzionalizzato.<br />
Per la festa del Ringraziamento, e da circa quattro secoli, l’America fa scorpacciate di tacchino. Anche noi non fummo da meno. Per il nostro primo Thanksgiving insieme, Dana si offrì di farmi da guida alle varie fasi del tradizionale pranzo e di venire a cucinare a casa nostra a Mandeville Canyon. <span id="more-106"></span><br />
<strong>Thanksgiving corrisponde, idealmente, al nostro Natale. </strong>Milioni di americani si mettono in viaggio intasando strade, autostrade, ma soprattutto aeroporti per andare a trovare parenti e amici. L’ultima settimana di novembre, fa freddo quasi ovunque negli Stati Uniti, a eccezione della California del sud e dei deserti limitrofi. Certo, la festa è più suggestiva con il camino acceso, ma a noi che ormai siamo diventati losangelini, piace così, in maglietta e tuta da ginnastica. Dagli armadi, poi, escono gli argenti di famiglia e spunta persino la tovaglia buona della nonna che, per una volta, sostituisce i sottopiatti di rafia o di plastica.<br />
Dana arrivò la mattina presto portando con sé tutto l’occorrente, compreso il tacchino che aveva ordinato, settimane prima, dal suo macellaio kosher, scoperto a Fairfax, nel cuore del quartiere ebraico. La bestiola era talmente grande che, tanto per dare un’idea, entrava a stento nel forno californiano di taglia extra-large.</p>
<p><strong>Tacchino ripieno</strong><br />
<em>Dosi per 8-10 persone</em></p>
<p><em>1 tacchino di 7-8 chili<br />
4 fette di pancetta stesa piuttosto grassa<br />
2-3 spicchi di aglio schiacciati<br />
sale; pepe macinato al momento<br />
1/2 bicchiere di vino bianco secco<br />
1 garza da cucina</em></p>
<p><em><strong>Ripieno di pane per il tacchino.</strong><br />
1 piccola cipolla tagliata a fettine molto sottili<br />
2 gambi di sedano con le foglie, tagliati sottili<br />
qualche foglia di salvia, qualche rametto di rosmarino e di timo freschi, tagliati sottili<br />
una manciata di prezzemolo tagliuzzato<br />
4 tazze di pane cassetta tagliato a piccoli cubi. Il pane deve essere del giorno prima e non vecchio. Se ci si è dimenticati di comperare il pane per tempo, asciugarlo un po’ in  forno a bassa temperatura<br />
2 cucchiai di olio di oliva e 2 cucchiai di burro<br />
sale, una bella macinata di pepe nero, uno spicchio di aglio sminuzzato<br />
</em><br />
Dana riscalda la cipolla nell’olio e nel burro e la cuoce fino a quando si ammorbidisce. Aggiunge il pane con la verdura e gli odori e gira bene. Spegne il fuoco. Sala e pepa. Assaggia e aggiusta il sale, il pepe o il rosmarino. Se piace si  può aggiungere anche della maggiorana.<br />
<em><br />
<strong>Per la preparazione del tacchino</strong><br />
Riscaldare il forno a 180 gradi.<br />
Mettere da parte le rigaglie che serviranno per il sugo. Lavare il tacchino all’interno e all’esterno, asciugarlo con della carta, strofinarlo dentro e fuori con uno spicchio di aglio. Salare e pepare sia all’interno che all’esterno. Metterci il ripieno. Cucirlo e legarlo con lo spago per arrosti. Coprire il petto con la pancetta.<br />
Mettere il tacchino su una griglia a forma di “V”, precedentemente oliata, con il petto verso l’alto. Coprire con la garza imbevuta di vino bianco. Cuocere in forno a 165 gradi per trenta minuti.<br />
Spennellare il tacchino con il vino bianco ogni mezz’ora, e continuare la cottura per 4-5 ore circa, calcolando 30 minuti di cottura per chilo o, comunque, fino a quando le cosce si staccheranno facilmente dal resto del corpo e, pungendo il petto, lo stecchino ne uscirà quasi asciutto. A quel punto togliere la garza dal tacchino, bagnarlo ancora una volta e alzare la temperatura del forno a 190 gradi per rendere la pelle croccante.<br />
Levare il tacchino e lasciar raffreddare per mezz’ora. Tagliare lo spago.  Togliere il ripieno e metterlo in un piccolo vassoio.</em></p>
<p><em></em>Con Dana si parlava spesso al telefono, come si faceva con tutti gli amici, perché a Los Angeles, a causa delle distanze, i rapporti personali sono sempre molto rarefatti. Il fatto che fosse lì di persona era, già di per sé, una festa. Messo il tacchino in forno andiamo a fare una passeggiata nel canyon con Arturo. Il canyon, di solito deserto, sembra un po’ corso Italia a Trieste in una sera d’estate. Tutti stanno facendo i preparativi per la grande abbuffata e, tra un ripieno e un brodo, intere famiglie passeggiano, accompagnate da parenti arrivati per l’occasione e da cani che Arturo -  ispirato e sovraeccitato dal grande volatile defunto che ha visto girare e rigirare da Dana sul bancone della cucina – vuole uccidere. <em></em></p>
<p><em><strong>Preparazione del brodo per il sugo</strong><br />
4 cucchiai di grasso di tacchino<br />
3 cucchiai di farina<br />
sale, pepe macinato al momento<br />
2 tazze di liquido derivante dal brodo di frattaglie ed eventuale aggiunta di latte.</em></p>
<p><em>Mentre il tacchino cuoce, lavare il collo e le frattaglie del tacchino, escludendo il         fegato, che ha un sapore troppo forte.Togliere eventuale grasso, membrane e sangue  rimasto. Mettere il tutto in una casseruola piuttosto larga, coprire con acqua  fredda, aggiungere 2 rametti di timo fresco, 1/4 di cipolla, 1 gambo di sedano con le foglie tagliato a pezzetti, un pizzico di sale e un po’ di pepe nero macinato al momento. Portare a ebollizione. Abbassare la fiamma, e cucinare lentamente per circa 45 minuti o fino a quando le frattaglie si sono ammorbidite.<br />
Passare brodo e interiora al colino e conservare il liquido ottenuto. Tagliare a fettine sottili e unirle al brodo.<br />
Raccogliere il grasso del tacchino dalla bacinella del  forno. Se non ce ne fosse abbastanza, aggiungere del burro fino a raggiungere, complessivamente, i 4 cucchiai di grasso previsti.  Trasferire in una pentola e riscaldare. Aggiungere la farina, girare bene con un cucchiaio di legno e cuocere a calore moderato per circa 3 minuti, finchè prende un colorito leggermente scuro. Assaggiare e eventualmente aggiustare sale e pepe macinato fresco. Aggiungere lentamente il brodo, girando continuamente, fino a ottenere una crema liscia e piuttosto liquida. Far sobbollire per altri 10 minuti. Versare nella salsiera. Calcolare fra le 3 e le 4 tazze di sugo per servire 8-10 persone.<br />
</em><br />
Per Dana questo era il primo Thanksgiving in America dopo venticinque anni vissuti in Italia. Per festeggiare avevamo invitato altri amici: Harry, pittore rigorosamente vegetariano che, per l’occasione, aveva annunciato che avrebbe mangiato il tacchino; Carlo Rambaldi, il mago degli effetti speciali, con la moglie Bruna, che gli effetti speciali li creava a tavola con i suoi indimenticabili tortellini, e per restare nella magia della ristorazione, non mancavano Stefano Orsini, dell’omonima Trattoria Romana di Beverly Hills, con la moglie Nuccia, grande esperta di ravioli, con i quali trascorrevamo, invece, il Natale. Era la nostra famiglia a Los Angeles, praticamente al completo.</p>
<p><em><strong>Salsa ai mirtilli rossi selvatici</strong></em><br />
<em>È l’accompagnamento perfetto per il tacchino del Ringraziamento.</em></p>
<p><em>2 tazze di mirtilli<br />
1 tazza d’acqua<br />
1 tazza di zucchero</em></p>
<p><em>Lavare i mirtilli. Portare l’acqua a ebollizione, poi aggiungere la frutta e lo zucchero.<br />
Cucinare per 10 minuti o fino a quando la pellicina dei mirtilli  si solleva. Eliminare la schiuma con un cucchiaio di legno e lasciar raffreddare.<br />
Tenere in firgorifero fino al momento di servire. Prima di portare in tavola, versare la marmellata in una ciotola. </em></p>
<p>Mentre Dana si occupa del tacchino e del suo ripieno, del brodo di interiora e della salsa di mirtilli, mi affida il compito di cuocere i vegetali al tegame, altra rarità in California, dove le verdure &#8211; dal cavolo ai broccoli, alle carote &#8211; si mangiano pressoché crude con la scusa che così mantengono intatte le proprietà vitaminiche.</p>
<p><em><strong>Le verdure per il tacchino</strong><br />
L’arrosto di tacchino si serve con la purea di patate e la zucca cotta al forno, e una grande varietà di verdure al tegame e all’agro. Non mancano mai le erbette rosse in insalata, gli spinaci al burro, le cipolline in agrodolce, i fagiolini e i finocchi al tegame, i funghi trifolati, i crauti acidi . Servire la verdura in piatti da portata separati.</em></p>
<p><em><strong>Come servire il tacchino</strong><br />
Servire in tavola il tacchino su un grande piatto  da portata preferibilmente ovale, con guarnizioni di prezzemolo. Insieme al ripieno, al sugo, alla salsa di mirtilli, tutti  in recipienti separati. </em></p>
<p><em><strong>Come tagliare il tacchino in tavola </strong><br />
Tagliare correttamente il tacchino di fronte agli ospiti è un lavoro da maestri, ma non ci si deve scoraggiare. È un gesto gentile chiedere aiuto al più anziano dei presenti. L’operazione chirurgica inizia  appoggiando il piatto da portata sulla tavola di fronte a chi taglia, il petto girata verso l’alto. Con le posate da arrosto, togliere le ali e le cosce dal resto del corpo. Su un piatto da portata separato, disossare le cosce. Ritornare al tacchino. Inserire la forchetta nella parte superiore dell’ala che è già stata tolta e con il coltello, che deve essere molto affilato, fare un taglio profondo, in senso orizzontale, sopra la giuntura dell’ala, attraverso il petto, lungo la carcassa.<br />
Tagliare a fette il petto in senso perpendicolare al primo taglio. Quando i due tagli si incroceranno, le fette di tacchino si staccheranno automaticamente. Per cominciare, offrire due fettine di petto per commensale. Insieme, mettere nel piatto anche un po’ di carne scura. Far girare  i vassoi con il ripieno, il sugo e la salsa di frutta e lasciare che gli ospiti si servano a loro piacimento. </em></p>
<p><em><strong>Varianti</strong><br />
Infinite sono le varianti del ripieno per il tacchino del Ringraziamento. Si può scegliere fra noci e uvette, granoturco, funghi, cipolle, mele,  menta, arancia, limone, mele e prugne, riso selvaggio con funghi porcini. Ma l’accostamento più intressante mi è sembrato quello a base di ostriche.<br />
Nel caso si volesse provare questo curioso ripieno, aggiungere a quello classico di pane e verdure, 2 tazze di ostriche crude, tagliate a pezzetti piccoli, e 1/4 di tazza del loro liquido, che si vende in bottiglie nei supermercati, per ammorbidire i cubetti di pane.<br />
</em><br />
La cena di Thanksgiving, però, non inizia e non finisce con l’arrosto di tacchino, anche se è, ovviamente, il piatto centrale della festa. Fra gli antipasti, il preferito è la Ceasar’s Salad, l’insalata di Cesare, chiamata così perché è stata inventata da un immigrato italiano, Cesare Cardini, che aveva un ristorante a Tijuana, nel Messico. La ricetta originale fu importata nella California del Sud dalla gente del cinema che andava a passare il fine settimana oltre frontiera. Fu proposta, per la prima volta, in un menu americano al ristorante Chasen’s di Los Angeles.<br />
La <em>Caesar’s Salad</em> è un’insalata di lattuga con l’aggiunta di uova, bollite un solo minuto, e condita con aglio, olio, sale, limone, salsa Worchester e guarnita con crostini di pane, filetti di acciuga e parmigiano gratuggiato. Se, in alternativa, si preferisce far precedere al tacchino un primo piatto, è consigliabile un consommé leggero, nonostante molti optino per il chowder.<br />
L’apple pie, la crostata di mele, è la degna conclusione di una cena di festa. È un dolce tradizionale molto diffuso nel nord est del paese. Le mele, infatti, furono il primo frutto che i coloni coltivarono in America.<br />
<strong><br />
Apple Pie, crostata di mele</strong><br />
<em>Dosi per 8 persone</em></p>
<p><em>Per la pasta<br />
1 tazza di farina per dolci<br />
un pizzico di zucchero<br />
1/2 cucchiaino da caffè di sale<br />
1/2 tazza abbondante di burro freddo<br />
5 cucchiai di acqua minerale fredda</em></p>
<p><em><strong>Per il ripieno </strong><br />
5 grandi mele verdi<br />
1 tazza di zucchero<br />
un pizzico di sale<br />
1 bustina di cannella naturale in polvere<br />
una gratuggiata di noce moscata<br />
1/2 fialetta di essenza naturale di vaniglia<br />
1 cucchiaio di succo di limone<br />
la buccia gratuggiata di 1 limone<br />
1/4 scarso di tazza di burro a pezzetti<br />
1 uovo intero  sbattuto</em></p>
<p><em><strong>Per fare la pasta </strong></em><br />
<em>Mescolare sulla spianatoia la farina, il burro, lo zucchero e  il sale. Amalgamare gli ingredienti. Mescolare l’impasto con la forchetta e unire l’acqua un po’ per volta. Lasciar riposare un’ora in frigorifero. Nel frattempo, riscaldare il forno a 220 gradi.</em></p>
<p><em><strong>Per fare il ripieno</strong></em><br />
<em>Pelare, togliere il torsolo alle mele, affettarle. Metterle in un recipiente e mescolare insieme al resto degli ingredienti.<br />
</em><br />
Arturo è ormai sull’orlo di un tracollo a causa degli odori fantastici che provenivano non solo dalla nostra cucina, ma anche da quelle dei vicini. Entra e esce dal giardino sul retro dando la caccia a qualunque forma vivente osi attraversare il suo spazio. Il cagnetto che, ogni tanto, si avvicinava alla staccionata che divideva le due proprietà ha capito l’antifona e è sparito dalla circolazione.</p>
<p><em><strong>Assemblaggio della crostata</strong><br />
Togliere l’impasto dal frigorifero e dividerlo in due parti. Imburrare una teglia da 22 centimentri di diametro e stendervi sopra una parte della pasta. Coprire con le mele e cospargere con pezzetti di burro.<br />
Stendere la seconda metà della pasta sopra la crostata. Premere bene tra di loro le due sfoglie. Con uno stecchino, fare molti fori sulla crosta, per facilitare la fuoruscita del vapore. Spennellare con l’uovo sbattuto.<br />
Cuocere in forno per 15 minuti. Abbassare la temperatura a 180 gradi e cuocere per circa 50 minuti, o finchè la pasta risulti dorata e si sia verificato con uno stecchino che le mele siano diventate morbide.<br />
Servire la crostata tiepida, accompagnata da panna montata o gelato alla vaniglia. </em></p>
<p>Sono le quattro del pomeriggio. Il sole sta per tramontare dietro la collina, e l’aria non è più tanto calda. Tutto è pronto. Gli amici arriveranno alle sei. Finalmente il tacchino esce dal forno. Ha un colore dorato e la pelle croccante, come da manuale. Dana lo lascia riposare mezz’ora, poi toglie il ripieno che mette su un piatto da portata. Qualcuno bussa. Arturo si precipita alla porta, ma torna subito indietro per non perdere di vista il volatile. Claudio, grande esperto di arrosti toscani, mette mano ai coltelli. Che si stappi lo champagne. Ancora una volta abbiamo l’impressione che Arturo sorrida.</p>
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		<title>Il perfetto surfista</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[Surf]]></category>

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I surfisti sono incazzati neri. Tanto per cambiare ce l’hanno con i Marines. Motivo, questa volta? Una corte federale degli Stati Uniti ha autorizzato, all’interno della base dei Marines di Camp Pendleton, pochi chilometri a sud di Los Angeles, la costruzione di un villaggio per ufficiali su una spianata di terra con vista sull’oceano. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-123" title="Un surfista sulla spiaggia di San Onofre dove incombe la locale centrale nucleare" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/san-onofre-surfer-300x218.jpg" alt="Un surfista sulla spiaggia di San Onofre dove incombe la locale centrale nucleare" width="300" height="218" /></strong></p>
<p><strong>I surfisti sono incazzati neri.</strong> Tanto per cambiare ce l’hanno con i Marines. Motivo, questa volta? Una corte federale degli Stati Uniti ha autorizzato, all’interno della base dei Marines di Camp Pendleton, pochi chilometri a sud di Los Angeles, la costruzione di un villaggio per ufficiali su una spianata di terra con vista sull’oceano. Il fatto non meriterebbe attenzione se non fosse che l’area scelta sovrasta la spiaggia di Trestle &#8211; probabilmente la più famosa località surfistica al mondo, immortalata in un leggendario 45 giri dei Beach Boys &#8211; <em>Surfin’ Usa</em> &#8211; che, oltre a mitizzare, fra le altre, le spiagge di Del Mar, Santa Cruz, Pacific Palisades, Redondo Beach e La Jolla, dettava le regole estetiche del perfetto surfista: abbigliamento ampio di almeno tre taglie più grande del necessario, sandali e capello biondo cespuglioso. Era il 4 marzo 1963. Era la risposta californiana all’invasione edoardiana degli odiati Beatles.<span id="more-104"></span></p>
<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-125" title="La mascotte dei Marines di Camp Pendelton, California" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marine_corps_camp_pendelton_devil_dog_card-p137616210650684538q0yk_4001-300x300.jpg" alt="La mascotte dei Marines di Camp Pendelton, California" width="300" height="300" /></strong><strong>Dicevamo, Trestle.</strong> Una delle schermaglie più vivaci fra surfisti e Marines risale a un paio d’anni prima del giro di boa del secondo millennio, a quando la Surfrider Foundation, fondazione senza scopo di lucro, presentò un’istanza al tribunale per bloccare quello che fu definito uno scempio ambientalistico da 16 milioni di dollari. La debolezza giuridica della protesta fu chiara fin da subito: si basava, infatti, principalmente su argomentazioni estetiche, nonostante il progetto militare prevedesse la schermatura delle abitazioni con un filare di alberi che ne celasse la vista dalla spiaggia. Ma i surfisti volevano far passare il concetto che quando cavalcano l’onda, la vista del complesso rovina loro l’esperienza mistica. Un po’ poco per il giudice. Senza contare che gli interessi e la lobby dei Marines sono più forti delle esigenze estetiche dei ragazzi della spiaggia, armati solo di tavole galleggianti più o meno colorate. L’istanza fece la fine che fanno tutte le battaglie contro il potere, che siano in Italia, che siano in California.<br />
Non dimentichiamoci che i Marines &#8211; sulle spiagge &#8211; ci sbarcano, ci scorazzano con i carri armati, le cannoneggiano, le bombardano. Non ci vanno, certo, a surfeggiare. Anzi, detestano i surfisti. Li odiano dal profondo della divisa. Li disprezzano così tanto che è dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che cercano di sbatterli fuori dalla spiaggia di Trestle che, letteralmente, vuol dire “cavalletto”, “ponticello” e indica, appunto, il ponticello rialzato sulla spiaggia su cui passa la linea ferroviaria della società Amtrak che collega Los Angeles a San Diego, parallela all’oceano e praticamente a ridosso dell’autostrada.<br />
A dire la verità, l’insediamento dei Marines non è peggio, e certamente è meno pericoloso, della centrale atomica di San Onofre, qualche chilometro più a sud della spiaggia contesa. Tom Wert, classe 1924, nome di battaglia Opai, colui che introdusse l’uso della pinna sulle tavole da surf, fondatore del San Onofre Surf Club, il più vecchio club surfistico degli Stati Uniti, ricorda ancora con orrore il 1965, anno in cui costruirono la centrale atomica. Allora erano in pochi ad essere consci dei pericoli delle radiazioni e della contaminazione delle acque: quello che preoccupava veramente i surfisti erano le continue schermaglie con i Marines e la paura che se si fossero schierati ufficialmente contro la costruzione della centrale, sarebbero stati definitivamente scacciati dalla “loro” spiaggia.<br />
La prima battaglia per la conquista di Trestle era scoppiata più di dieci anni prima, nel 1951, quando il comandante della base di Camp Pendleton ebbe la poco felice idea di far recintare la spiaggia e di controllarne l’accesso con un cancello. La risposta dei surfisti non si fece attendere: misero a ferro e fuoco il parcheggio, sbarbarono tutti i cartelli di divieto e ne fecero un falò: per poco non furono ridotte in cenere anche le traversine della linea ferroviaria.<br />
Le provocazioni militari continuarono per tutti gli anni Sessanta. Nel novembre del 1968 il colonnello J.J.Kelly, non contento di controllare la spiaggia, si spinse a regolamentare anche l’acqua emanando un’ordinanza in cui ordinava alla Polizia Militare di arrestare chiunque fosse stato sorpreso a cavalcare le onde dell’oceano. Le cose, poi, peggiorarono quando Richard Nixon fu eletto presidente degli Stati Uniti: la sua tenuta californiana di San Clemente confinava proprio con la spiaggia di Trestle e quando Nixon era in vacanza tutta la zona veniva blindata.<br />
Il problema, comunque, non stava &#8211; non sta &#8211; su chi può usare, e come può usare, un pezzo di spiaggia californiana, bensì nell’opposto modo di concepire la vita di militari e surfisti. Quelli in divisa vedono il mondo come una restrizione continua, quelli con la tavola da surf, come libertà per tutti, per tutto. Certo, quello su cui entrambi sono d’accordo è che la spiaggia occupa un posto centrale nella vita e nella cultura della California. Un altro punto su cui sono totalmente d’accordo è nelle scelte alimentari che non si discostano dall’hamburger guarnito con anelli di cipolla o da questo antipasto dolce-salato di frutta alla maionese spolverata di peperoncino.</p>
<p><strong>Insalata di banane</strong><br />
<em>Dosi per 4 persone</em></p>
<p><em>4 banane al giusto punto di maturazione<br />
2 tazze di gherigli di noci, noccioline, pistacchi e mandorle<br />
1+1/2  tazza di maionese<br />
1/2 cucchiaino da caffè di peperoncino piccante in polvere<br />
foglie di lattuga</em></p>
<p><em>In una ciotola, unire il peperoncino alla maionese. Lavare e asciugare le foglie di lattuga e disporle su un piatto da portata rotondo. Tagliare le banane a fettine e stenderle sull’insalata. Spargervi sopra le noci. Coprire con la maionese. </em></p>
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		<title>La nuova frontiera alimentare</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>

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Hai voglia a chiamarlo cibo a stelle e strisce. Sarà anche il cibo mitizzato dal film American Graffiti, ma con me non attacca. La nuova frontiera alimentare americana è il trionfo del marketing applicato all’industria delle quattro ruote. Non è un caso che sia l’unico pasto  completo che si possa consumare nel chiuso della propria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-119" title="Buffet da Pepi, Trieste. Photo © Copyright Mark Bittman 2007 / Courtesy Mark Bittman/The New York Times" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/buffet-da-pepi-199x300.jpg" alt="Buffet da Pepi, Trieste. Photo © Copyright Mark Bittman 2007 / Courtesy Mark Bittman/The New York Times" width="199" height="300" /></strong></p>
<p><strong>Hai voglia a chiamarlo cibo a stelle e strisce. </strong>Sarà anche il cibo mitizzato dal film <em>American Graffiti</em>, ma con me non attacca. La nuova frontiera alimentare americana è il trionfo del marketing applicato all’industria delle quattro ruote. Non è un caso che sia l’unico pasto  completo che si possa consumare nel chiuso della propria macchina in un parcheggio, sulla freeway, in un cinema drive-in.<br />
Dalle mie parti, a Trieste, non si sapeva neanche cosa fosse l’hamburger. Fast food, lo spuntino veloce, era e rimane sinonimo di Giuseppe lo Sloveno (il Buffet da Pepi), un bugigattolo con quattro tavolini e tre camerieri accanto al palazzo della Borsa, nella parte elegante della città. Giuseppe lo Sloveno ha da poco festeggiato i cent’anni di attività senza mai conoscere crisi, orgoglioso che nessun turista distratto l’abbia ancora scoperto. Da Giuseppe lo Sloveno ci vanno solo gli intenditori. Un trionfo di cotiche, porchetta, prosciutto cotto in crosta, crauti, cotechini, salsicce di cranio, würstel con senape e rafano grattugiato, pane con il cumino e fiumi di vino e di birra. <span id="more-102"></span><br />
<strong>Quando le navi americane attraccano nel porto di Trieste, </strong>i marinai in libera uscita non si riversano nelle trattorie del porto dove si mangia da dio, ma marciano per chilometri pur di trovare un posto che venda hamburger. Di Giuseppe lo Sloveno la flotta statunitense, con tutto l’apparato di spionaggio messo a disposizione dal Pentagono, dalla CIA, dai satelliti spia, non ha mai sentito parlare. Buffo: tanto gli americani sbavano per le novità e l’avventura, tanto sono conservatori in cucina. Un’amica ci raccontava che quando, da dieci anni, una volta alla settimana invitava a cena il fratello del marito, poteva cucinargli solo bistecca e patate. Cosa mangiava il resto della settimana? Bistecca e patate.<br />
In famiglia, da sempre, sono stata abituata a una cucina semplice e leggera. Quando ero bambina, una volta la settimana nonna Rosa mi preparava gli schnitzel, carne trita di primissima scelta schiacciata tra le mani e composta in forma di bistecchina rotonda condita con sale e olio, e poi cotta a bagnomaria tra due piatti di porcellana bianca appoggiati sopra una pentola d’acqua in ebollizione. Se non fosse per le salse, che non si usavano perché non c’era bisogno di correggere il sapore degli schnitzel, e per la forma che non era perfettamente rotonda, si potrebbe dire che erano gli antenati degli hamburger.<br />
Il primo hamburger lo assaggiai passati i trent’anni. Eravamo a metà strada tra Los Angeles e San Francisco e devo dire di non esserne rimasta folgorata. Un ammasso di grassi indigeribile che fa puzzare l’alito fino alla mattina seguente.<br />
Quando arrivai in California, mi vantavo di non avere niente a che fare con l’hamburger fino a quando scoprii di essere nata lo stesso giorno, mese e anno in cui Frank Menches, il suo inventore, era passato a miglior vita. Una coincidenza imbarazzante per una buongustaia come me. Appresi anche che l’hamburger, per legge &#8211; Ministero dell’Agricoltura, Codice Federale 1946; 319,15/B &#8211; “deve essere composto di carne di manzo tritata fresca e/o congelata con o senza aggiunta di grasso di manzo in quanto tale e/o condita; non deve contenere più del trenta percento di grasso; non deve contenere acqua aggiunta, nè fosfati, nè addensanti, nè sostanze inerti” .<br />
Ma, fatta la legge, trovato l’inganno, si direbbe dalle nostre parti. Già, perché alla carne magra di bovino giovane, allevato al pascolo, viene aggiunto quel famoso trenta per cento di grassi prelevato da bovini adulti, cresciuti in stalla con la tecnica dell’ingozzamento, ventidue ore su ventiquattro.<br />
La cosa che mi ha sempre colpito è quest’amore degli americani – a dire la verità degli anglosassoni in generale, gli inglesi ne sono maestri  – per il cibo tritato, omogeneizzato, premasticato, come se non volessero fare fatica con le mascelle. Non è un caso che il vero cibo nazionale americano sia la carne in scatola Spam. Anche se meno nota in Italia, la Spam fa parte, di diritto, della cronaca e del folklore delle tavole d’oltre oceano. Con la Spam gli americani hanno sfamato i loro soldati al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno dato da mangiare agli alleati inglesi e ai sovietici che, in quegli anni, soffrivano per il razionamento di cibo. E di lì a poco sarebbe stata salutata come la manna dal cielo dai tedeschi della Berlino liberata dal nazismo.  Elvis Presley se ne imbottiva i panini. Alle Hawaii è tuttora considerata una leccornia, spalmata dentro all’involtino sushi a base di riso e alghe che, secondo una tradizione millenaria, dovrebbe contenere niente più che un minuscolo filetto di pesce crudo. Magia della potenza imperiale di un Paese.<br />
Spam o <em>the miracle meat</em>, la carne miracolo, come la chiamano gli americani, nacque a Austin, Minnesota, nel 1937, dalla spalla di un maiale mescolata a prosciutto proveniente dalla spalla di un altro maiale, speziata, colorata di rosa e resa spalmabile prima di essere messa in scatola. Da allora, ogni anno, negli Stati Uniti, se ne vendono novanta milioni di lattine e altri cinquanta milioni vengono esportati al di là dei confini nazionali. Esiste persino uno <em>Spam Fun Club</em> che  conta migliaia di seguaci e una ventina di siti Internet. Alla riunione di <em>Spam Jam</em>, letteralmente marmellata di Spam, che si tiene tutti gli anni a Austin, gli avanzi del picnic sono la materia prima usata per il concorso di scultura a cui partecipano artisti dilettanti.</p>
<p><strong>Spam al forno</strong><br />
<em>Ingredienti per quattro persone</em></p>
<p><em>1 scatoletta di Spam<br />
1/2 tazza di zucchero grezzo<br />
1 cucchiaino da tè di aceto<br />
2 cucchiaini da tè di senape<br />
1 cucchiaino da tè di salsa Worcester<br />
1 o 2 cucchiaini da tè di acqua<br />
12 chiodi di garofano</em></p>
<p><em>Riscaldare il forno a 190 gradi. Togliere lo Spam dalla lattina. Appoggiarlo in una teglia foderata di carta da forno e, con una spatola, dargli la forma di un rombo o la sagoma di un animale.<br />
In una ciotola, mescolare insieme gli altri ingredienti: zucchero, aceto, senape e Worcester. Se l’impasto  risultasse troppo consistente, scioglierlo con uno o due cucchiaini di acqua, facendo però attenzione a non diluirlo troppo. Assaggiare e aggiustare di sale e di pepe. Coprire lo Spam con la salsa ottenuta. Inserire i chiodi di garofano sulla superficie, dandogli l’aspetto del porcospino.<br />
Mettere il “finto prosciutto” nella parte centrale del forno già riscaldato a 180 gradi e lasciar cuocere per 30 minuti, avendo cura di girare la teglia 2 o 3 volte durante la cottura.</em></p>
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		<title>Il mistero delle sardine scomparse</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[Storie Usa]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[Monterey]]></category>

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Più avanti si apre un mondo di sardine. È a Monterey, ex capitale dello stato della California, nel regno di John Steinbeck, il premio Nobel per la letteratura 1962 a cui la nativa Salinas, un villaggio di coltivatori d’insalata nell’entroterra, ha dedicato un museo e centro di ricerca. Fa un certo effetto camminare lungo il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-112" title="Cannery Row, Monterey, California" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/cannery-row-300x241.jpg" alt="Cannery Row, Monterey, California" width="300" height="241" /></strong></p>
<p><strong>Più avanti si apre un mondo di sardine.</strong> È a Monterey, ex capitale dello stato della California, nel regno di John Steinbeck, il premio Nobel per la letteratura 1962 a cui la nativa Salinas, un villaggio di coltivatori d’insalata nell’entroterra, ha dedicato un museo e centro di ricerca. Fa un certo effetto camminare lungo il vicolo Cannery (Cannery Row) reso celebre dal romanzo omonimo. Qui nella prima metà del secolo c’era il più importante centro mondiale di produzione di sardine. Si vagheggia ancora oggi delle oltre centomila tonnellate di pesce catturato annualmente, con punte di duecento e passa tonnellate negli anni delle vacche grasse. Lungo il vicolo Cannery si contavano, allora, ben 19 aziende di inscatolamento e 20 di lavorazione indotta. La flotta peschereccia ancorata al largo del Fisherman Wharf, brulicava di battelli, oltre un centinaio. Le cronache riportano che in quel lontano 1950  il bottino  fu di 132mila tonnellate. <span id="more-99"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>L’anno successivo, il 1951, come d’incanto, le sardine scomparvero</strong> e nessuno, da allora, le ha più riviste. Il motivo non è mai stato chiarito, ma sia che fosse per il crescente inquinamento, sia perché i pesci, dopo cinquant’anni di razzie avessero sviluppato un nuovo codice genetico che li spingeva lontani dalla trappola mortale di Monterey, o vuoi perché la pesca indiscriminata avesse rotto l’equilibrio riproduttivo, fatto sta che, di punto in bianco, le industrie nell’orbita delle sardine furono costrette a smobilitare a un ritmo così veloce e con una frequenza così ossessiva che gli stessi giornali locali finirono per dare la notizia dei fallimenti in trafiletti interni. Le attrezzature industriali furono svendute a fabbriche sparse dal Venezuela al Sud Africa, i pescherecci se ne andarono. Gli abitanti di Monterey si rimboccarono le maniche almanaccandosi su come sopravvivere senza sardine.<br />
Un oculato progetto di riconversione industriale e lo sfruttamento intensivo delle poche risorse disponibili hanno fatto il miracolo. Oggi tutto è lindo e levigato. Non più scaricatori, prostitute, gente di porto. I capannoni industriali sono stati riciclati in alberghi, locande, ristoranti, negozi, boutique, musei. Alcune vecchie glorie del passato sopravvivono intatte, come il Wing Chong’s Market, una volta bazar, oggi negozio di antiquariato. Accanto, La Ida Cafe, uno dei tre bordelli di Cannery Row, oggi ristorante di vaga familiarità europea.<br />
John Steinbeck riconoscerebbe a fatica la sua Cannery Row, i personaggi che la popolavano sono sfumati via: Dora, la matrona dai capelli color fiamma che gestiva un’onesta casa di appuntamenti a prezzo fisso; Hazel la cui madre era troppo stanca per notare che il figlio era nato maschio e gli aveva dato il nome sbagliato; Mary Talbot, la cui bisnonna era stata bruciata come strega e che organizzava feste per i gatti del vicolo; Eddie, il barista dispensatore di felicità e Doc, col pallino della chirurgia, che aiutava le ragazze a uscire dai guai.</p>
<p><strong>Monterey è una città indolente che guarda i turisti con aria svogliata.</strong> Insieme alle sardine se ne è andata la cultura e la laboriosità tipiche dei villaggi di pescatori, la passione per il pesce piccolo ma saporito e le sue relative ricette. Nessuno qui mangia  più alici o sardine e il loro caratteristico odore è considerato sconveniente nella asettica società californiana che ha bandito dal suo panorama olfattivo ogni profumo &#8211; umano, animale, chimico e vegetale &#8211; che non sia a base di particolari essenze naturali di fiori o di frutta.<br />
Solo le acciughe salate e conservate sott’olio titillano ancora quei pochi palati che apprezzano i sapori forti; di solito, sono confinate in fondo al menu, nell’elenco degli ingredienti che si possono richiedere per personalizzare, ad esempio, la Ceasar Salad.<br />
Ho provato a cercare il pesce azzurro a Los Angeles. Non sono riuscita a trovarlo. Forse l’interesse culinario per questo genere gastronomico è tramontato per sempre. Ho trovato qualche sardina, nel senso reale di una manciata di etti, in un piccolo spaccio di generi alimentari giapponesi che le aveva, probabilmente, importate dalla Nuova Zelanda, insieme ai mitili dalla conchiglia ramata e dai  riflessi verdi provenienti dagli allevamenti delle acque pure del Pacifico, i migliori che abbia mai mangiato.<br />
Le sardine del negozio giapponese non assomigliano fisicamente a quelle nostrane e il loro sapore è leggermente diverso. Ma anche quelle che comperavo a Milano non erano le stesse di Trieste dove anche da quelle parti non si incontrano più i grandi banchi e sono passati i tempi in cui, alle sette e venti della mattina, il Gazzettino Giuliano informava, su invito della capitaneria di porto, che era stata pescata, che so, una tonnellata di alici o di sardine &#8211; che a Trieste chiamiamo rispettivamente sardoni e sardelle &#8211; e che sarebbero state messe in vendita al prezzo di trecento lire al chilo.<br />
In California, Barney Brown, anima di uno dei migliori ristoranti di San Francisco e uno dei padri della fusion cuisine, ha riscoperto l’antica cultura del pesce azzurro e ha elaborato questa ricetta, che io ho adattato al nostro gusto e alle noste abitudini culinarie:</p>
<p><strong>Antipasto di alici o sardine con arachidi e peperoncino fresco</strong><br />
<em>Ingredienti per 4 persone</em></p>
<p><em>160 gr. di alici o di sardine<br />
1 cucchiaio da tavola di aglio sminuzzato<br />
1 cucchiaio da tavola di peperoncini freschi verde e rosso ai quali sono sono stati tolti i semi, tagliati a rondelle<br />
1 tazza di cipollotti freschi affettati (solo la parte bianca)<br />
1 tazza di pistacchi non salati<br />
sale e pepe bianco macinato al momento<br />
1/2 cucchiai di olio extravergine di oliva</em></p>
<p><em>Lavare e togliere la testa e l’intestino alle alici, lasciando intatta la spina. Far asciugare e infarinare. Grigliare in forno preriscaldato a 200 gradi per pochi minuti, finchè la pelle è croccante.<br />
In un largo tegame, rosolare l’aglio e il peperoncino in 1 cucchiaio di olio per 1 minuto. Unire 1 altro cucchiaio d’olio e rosolare la cipolla e gli arachidi. Saltare a fuoco vivace per altri 2 minuti.<br />
Aggiungere le alici e girare bene per insaporirle. Spegnere il fuoco. Aggiustare di sale e macinare un po’ di pepe. Servire immediatamente. </em></p>
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		<title>Pizza al pesto e dintorni</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 15:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricette USA]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[Los Angeles]]></category>
		<category><![CDATA[Pizza]]></category>

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		<description><![CDATA[
È la pizza la vera rivoluzione culinaria americana. In California, dove  è stata accostata a condimenti provenienti da ogni altra cucina etnica conosciuta, riuscirà addirittura a diventare un piatto forte della fusion. E funziona talmente che ormai è impensabile leggere un menu mono-culturale, senza finestre su altri orizzonti culinari.
Prendi la catena California Pizza Kitchen, letteralmente: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-115" title="Il logo della catena &quot;California Pizza Kitchen&quot;" src="http://www.patriziasanvitale.com/wp-content/personaluploads/2009/03/pizza-300x235.jpg" alt="Il logo della catena &quot;California Pizza Kitchen&quot;" width="300" height="235" /></strong></p>
<p><strong>È la pizza la vera rivoluzione culinaria americana.</strong> In California, dove  è stata accostata a condimenti provenienti da ogni altra cucina etnica conosciuta, riuscirà addirittura a diventare un piatto forte della fusion. E funziona talmente che ormai è impensabile leggere un menu mono-culturale, senza finestre su altri orizzonti culinari.<br />
Prendi la catena California Pizza Kitchen, letteralmente: la cucina per la pizza californiana, e il suo menu: ci trovi pizza con  pollo tailandese marinato in salsa piccante di ginger e noccioline; pizza con fagioli neri del sud-ovest americano con formaggio giallo, salsa messicana e strisce di tortilla; pizza al pollo dei caraibi; pizza al pesto con gamberi. Un bel salto avanti dalle tradizionali napoletana o margherita che, una volta che sei stato contaminato dalla cultura del Pacific Rim, ti fanno tristezza.<span id="more-97"></span><br />
<strong>California Pizza Kitchen è un posto speciale. </strong>È una pizzeria che ha il forno a legna, oggetto raro a Los Angeles, di solito al centro della sala, le pareti bianche e grandi vetrate che fanno entrare quella luce particolare che contraddistingue le terre meridionali e che ti fa portare gli occhiali da sole anche quando piove.<br />
Il segreto di California Pizza Kitchen – ora una catena di ottanta ristoranti che vantano cinquanta milioni di pizze vendute in dieci anni &#8211; sta tutta nella mente trasgressiva di Larry Flax e Rick Rosenfield, due amici per la pelle, avvocati di successo con la passione per la buona tavola e una gran voglia di cambiare mestiere. Un giorno i due irriverenti futuri ristoratori si chiesero, davanti a una pizza italiana, perché non togliere la salsa di pomodoro e l’origano che, diciamo la verità, annullano ogni altro sapore, e al loro posto non guarnire la crosta di pane con tutto quello che all’americano piace di più: pollo al barbecue, alla tailandese, alla cinese; anatra alla pechinese; senape di Digione; salmone affumicato; insalata cruda o grigliata di vari colori; formaggio di capra e via andare. Detto fatto.<br />
Il primo California Pizza Kitchen bianco e giallo e con una palma nera al centro dell’insegna, fu aperto a Beverly Hills, proprio su Beverly Drive, la strada principale che attraversa il quartiere da nord a sud, nel 1985, anno del mio battesimo losangelino, proprio di fronte al futuro ufficio di Claudio. E fu subito un successo. Un delirio gastronomico, lo definirono i puristi italiani di passaggio a Los Angeles. Per tutti gli altri connazionali residenti da queste parti, un punto di riferimento dove ritornare furtivamente, con la speranza di non essere scoperti. In tutti questi anni,  il menu di California Pizza Kitchen si è arricchito e offre molte altre scelte. Mancano, ancora, la pizza all’hot dog e quella all’hamburger perché i sondaggi hanno dimostrato che hot dog e hamburger sono sapori così radicati nella cultura gastronomica americana e così poco versatili, da non essere associabili all’idea e al gusto di una focaccia di origine italiana, ma sicuramente quei due indiavolati stanno studiando qualcosa dinuovo da proporre.<br />
La mia pizza preferita era quella con caciotta affumicata e verdure grigliate, dalle quali facevo escludere la cipolla. Claudio, invece, aveva scoperto la Shrimp Pesto, cioè la pizza con scampi al pesto genovese, che in quel caso era californiano, e non aveva voluto provarne altre finché, un giorno, la tolsero dal menu. La sua delusione fu grande. Passò a una che si chiamava Shrimp Scampi anche se, secondo lui, non si avvicinava nemmeno all’esotismo della prima combinazione. Ma dovette accontentarsi. Appena uscì il libro di Flax e Rosenfield, Claudio corse a comprarlo e oggi può consolarsi almeno leggendo la ricetta di quella pizza. Questa è la versione riveduta e adattata al gusto italiano.</p>
<p><strong>Shrimp Pesto Pizza </strong><br />
<em>Dosi per 1 pizza da 2 persone</em></p>
<p><em>Per il pesto<br />
1/2 tazza di foglie di basilico<br />
1 piccolo spicchio di aglio sminuzzato<br />
1/4 di tazza di parmigiano grattugiato<br />
1/3 di tazza di olio extravergine di oliva<br />
1/3 di tazza di pinoli<br />
<strong><br />
Per la pizza</strong><br />
1 cucchiaino da tè di lievito fresco<br />
1/2 tazza + 1 cucchiaio di acqua tiepida<br />
1 tazza +1/2 di farina da focaccia + un po’ di farina per la lavorazione<br />
1 pizzico di sale<br />
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva<br />
2 tazze di mozzarella a pezzetti<br />
2 pomodoro perini tagliati a rondelle sottili<br />
6 olive nere denocciolate e tagliate in 6 parti<br />
6 pomodorini secchi sott’olio tagliati sottili<br />
12 scampi di media grandezza, sgusciati, puliti e tagliati a metà nel senso della lunghezza</em></p>
<p><em><strong>Per fare il pesto</strong><br />
Mettere nel frullatore il basilico, l’olio di oliva, l’aglio e i pinoli. Frullare fino a quando non si sia formata una crema liscia e densa. Trasferire il contenuto in una piccola ciotola, aggiungere il parmigiano e girare con un cucchiaio di legno. Coprire con un foglio di plastica e lasciar riposare in frigorifero.</em></p>
<p><em><strong>Per fare la pizza</strong><br />
Sciogliere il lievito in acqua tiepida e lasciar riposare per cinque, dieci minuti. Mettere tutti gli ingredienti in una ciotola e poi aggiungere l’acqua e l’olio di oliva. Mescolare con un cucchiaio di legno. Oliare leggermente le mani e lavorare il lievito per cinque minuti. La pasta è pronta quando la sua consistenza è leggermente viscosa.<br />
Oliare il panetto di lievito e adagiarlo in un’altra ciotola. Coprire con un foglio di plastica. Lasciar riposare a temperatura ambiente fino a quando raddoppierà il volume.<br />
Lavorare il panetto per pochi secondi. Rimetterlo nello stesso contenitore, ricoprire con la plastica e tenerlo in frigorifero tutta la notte.<br />
All’incirca 2 ore prima di fare la pizza, togliere la pasta dal frigorifero. Lavorare brevemente per non lasciare aria nella pasta.<br />
Mettere il panetto in un contenitore oliato, sigillare con un foglio di plastica e far riposare a temperatura ambiente per 2 ore.<br />
Spolverare con la farina una tavola di legno o un’altra superficie liscia. Con una spatola di metallo trasferire la pasta sulla tavola. Fare una sfoglia rotonda alta circa un centimetro e mezzo. Schiacciare maggiormente la parte centrale e proseguire la lavorazione fino a quando si è formata una pizza sottile e elastica.</em></p>
<p><em><strong>Assemblaggio della pizza</strong><br />
Riscaldare il forno a 220 gradi. Togliere il pesto dal frigorifero.<br />
Spolverare la superficie del piano del forno con la farina, preferibilmente di granoturco, e posarvi sopra la sfoglia.<br />
Con una spatola, ricoprire la superficie della pizza con la salsa, escludendo il bordo esterno. Stendervi sopra 3/4 di mozzarella.<br />
Appoggiare le fettine di pomodoro sopra il formaggio, lasciando un po’ di spazio tra una e l’altra. Distribuire i pomodorini e le olive. Aggiungere la mozzarella rimasta. Guarnire con gli scampi.<br />
Trasferire la pizza in forno e cuocere 8/10 minuti, finchè il pane è croccante e il formaggio sciolto. Gli scampi dovrebbero essere opachi e ben cotti.<br />
Servire caldissimo. </em></p>
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