I rituali della Festa
Sedersi a una tavola imbandita a festa è come sedersi al tavolo della storia. La tovaglia, i tovaglioli, i bicchieri, le posate, i vassoi, le sedie sono le pietre miliari della storia e della cultura dell’uomo, e non solo delle buone maniere. A tavola ci si siede per mangiare, ma anche per incontrarsi, parlare, discutere. Nella tradizione cristiana la mensa apparecchiata richiama l’Eucarestia; l’eleganza del comportamento, la moderazione predicata dal Cristianesimo.
Nel mondo occidentale, è il Medioevo a fare da spartiacque tra le abitudini dell’Impero romano e quelle del Rinascimento. È nel Medioevo, infatti, che si comincia a mangiare seduti. La tavola è rettangolare, il posto d’onore è al centro del lato lungo o a capo del lato corto. La grandezza della sedia è in relazione all’importanza dell’ospite: il padrone di casa siede sullo scranno e gli ospiti sugli sgabelli. E poi non c’è cena che si rispetti senza tovaglia. Retaggio della Roma imperiale, nel corso dei secoli diventa simbolo di pulizia e di igiene. La tovaglia è bianca e, in occasione delle feste più ricercate, la tavola si apparecchiava con un telo di lino bianco operato. Ancora nel Quattrocento, lo storico nonchè prefetto della biblioteca vaticana Bartolomeo Sacchi – meglio conosciuto con il nome di Platina – pensava che la tovaglia colorata avrebbe potuto disturbare gli ospiti. Ma bisogna aspettare il Rinascimento perché tovaglia e tovaglioli entrino a far parte della quotidianità.
L’uso di tessuti per asciugare le mani lavate alla fine di ogni portata ha origine nell’antica Roma: nel Medioevo si userà un tovagliolo ogni due commensali. Nel più evoluto Rinascimento, il tovagliolo si trasforma da mero “strumento” di pulizia individuale a ornamento, tanto che le sue piegature sono codificate in voluminosi testi di quotidiana consultazione. Nel Settecento, infine, prevarrà l’abitudine di tenere il tovagliolo sulle ginocchia per proteggere l’abito dalle macchie piuttosto che per pulirsi vistosamente bocca e mani.
Anche l’abitudine a mangiare nei piatti è molto antica. A seconda delle civiltà e delle culture, il piatto poteva essere di vetro, di legno, di terracotta o di materiali nobili, talvolta incastonati con gemme preziose. Nel Medioevo il piatto era di legno a forma rettangolare o rotonda e, come il tovagliolo, serviva due commensali. Nel Rinascimento, invece, se ne offriva uno ad ogni ospite ed era di maiolica, di peltro – ma anche d’oro o d’argento – e diventa elemento di decoro da esporre sulla credenza. È solo nell’Ottocento, però, che si diffonde l’usanza di possedere un servizio da tavola con piatti tutti uguali.
Ci sono altri particolari che segnano l’evoluzione del comportamento a tavola. Ne è un esempio la forchetta, che arriva sulla mensa solo nel Settecento e che fino ad allora era stata un tipico arnese da cucina. Con la forchetta termina l’usanza di mangiare con le mani e non ci si porta più da casa il coltello da “posare” sulla tavola del banchetto – da cui deriverebbe il termine “posate”.
Anche quella dei bicchieri è una storia tutta italiana e, come le altre, raggiunge il suo massimo splendore nel Rinascimento. Nel Cinquecento, infatti, Venezia è la capitale della lavorazione del vetro e il luogo in cui si sperimentano forme nuove: i calici si allargano e gli steli si assottigliano. I maestri vetrai sono accolti nelle maggiori città europee, dove cominciano a diffondersi i vetri “alla moda di Venezia”. Un altro dettaglio, quello dei bicchieri – tra l’altro emblema della fede cristiana – che fa della tavola il più potente dei simboli della cultura dell’uomo.
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