Amnesty Internationale e il Buddhismo impegnato
Qualche giorno fa ho ricevuto questa mail e questo testo che, in occasione dei festeggiamenti per il Capodanno tibetano, mi fa piacere ritrasmettere.
Il 26 febbraio alle 20.45, presso il Centro Mindfulness Project in via Cenisio 5, a Milano, si tiene la conferenza Cina dietro la muraglia: diritti umani negati, tenuta da Paola De Pirro responsabile per Cina e Tibet del Coordinamento Estremo Oriente di Amnesty International.
Paola De Pirro da oltre 10 anni si occupa della repressione in Cina, Paese che ha visitato più volte a partire dal 1986. È stata poi in Tibet nel 1987 e nel 2004, e a Xinjiang nel 1991. Tutte le visite sono state effettuate da turista in quanto ad Amnesty International è vietato entrare ufficialmente in Cina. Ha preso parte a numerose conferenze in Italia e ha svolto lezioni presso Università e Licei sul tema della violazione dei diritti umani descrivendone tutti gli ambiti (minoranze religiose, intellettuali, utilizzatori di internet, difensori dei diritti umani ecc..)
La conferenza è gratuita ed è necessario confermare la presenza. Per iscrizioni: segreteria Mindfulness Project, e-mail centromilano@mindproject.com tel. 3468461065 orari: Lun. 16,00 – 19,00, Merc. 12,00 – 15,00, Ven 16,00 – 18

IL “BUDDHISMO IMPEGNATO”
di Franco Cascini
1.
Dalla seconda metà del secolo scorso una corrente di “buddhismo impegnato” si è diffusa
nell’ambito della pratica e degli studi buddhisti. Questa corrente è caratterizzata da un riorientamento
della via di liberazione e dell’etica buddhiste in direzione della considerazione e della
cura di quelle fonti di umana sofferenza che si aggiungono al desiderio e all’ignoranza, quali
l’ingiustizia sociale, politica ed economica, la guerra, la violenza, il degrado ambientale. Nel suo
ambito trovano posto varie forme di attivismo sociale svolte in campi particolarmente importanti e
attuali, come l’oppressione politica, i diritti umani, la povertà, la razza, le relazioni di genere,
l’etnicità, la tutela della salute, le prigioni, la scuola, le condizioni dell’infanzia, l’ecologia, il
lavoro. Tutto ciò muove dalla convinzione che nel mondo attuale, caratterizzato da una diffusione
globale di umana miseria, ingiustizia sociale, oppressione e conflitti, la pratica buddhista non può
più consistere solo in fattori di miglioramento individuale come la cura della propria mente, la
moralità personale e singole buone azioni: troppe nuove istanze e prospettive sono emerse alla luce
di sempre più complessi problemi globali, tali da far ritenere che non è più possibile vedere
l’individuo come separato dal complesso di ruoli e relazioni che condizionano la sua vita nel
mondo. Di qui la necessità di praticare anche in termini di responsabilità sociale.
Naturalmente le tradizionali forme di pratica per la liberazione dalla sofferenza, le Nobili Verità,
l’Ottuplice Sentiero, la meditazione, rimangono totalmente in vigore: sono anzi considerate come
indispensabili vie di progresso psicologico e spirituale perché l’azione sociale possa essere
efficacemente intrapresa; ma ad esse questa azione va aggiunta se si vuole che la sofferenza nella
vita propria e degli altri sia realmente almeno alleviata.