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Il cibo degli dei

11 febbraio, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Psicologia, Ricette, Spiritualità

Il cibo degli Dei è un libro di facile lettura e comprensione, in parte teorico, in parte pratico, ricco di schede sulle qualità dei singoli alimenti e corredato di ricette di facilissima esecuzione. Spiega come da almeno tre millenni lo Yoga suggerisca di curare l’alimentazione, nella certezza che il cibo influenzi, oltre la salute fisica, anche la mente e la sfera emotiva. Anche perché ciò che mangiamo non si sottrae alla legge cosmica per cui l’universo è regolato da tre forze: Tama, statica; Raja, dinamica; Sattva, senziente. Stando a queste leggi inafferrabili, corpo e mente dipendono strettamente dall’energia che assorbiamo con il cibo. Neanche dire che quello sattvico o senziente, è quello che ci porta sulla strada dell’evoluzione psicologica e spirituale.

Krshna Nero

Scrive l’autore, Christian  Franceschini: «La dieta influenza il pensiero della persona e i pensieri delle persone influenzano la cultura, e quest’ultima è responsabile dell’espressione effettiva di una società. Mentre nelle civiltà prevalentemente carnivore si sviluppò un maggior interesse verso il mondo fisico o materiale e si sviluppò una mentalità analitica ed accademica, le civiltà vegetariane svilupparono maggiormente una scienza intuitiva e mistica. Le prime cercavano il paradiso nel godimento della vita animale, istintiva, le seconde rifiutavano il mondo e le sue sofferenze, rifugiandosi nella pura pratica spirituale. Naturalmente questa è una generalizzazione (…) In quel contesto sociale diversi grandi personaggi , come il principe Siddhartha detto il Buddha (l’illuminato) o il nobile Mahaviira (fondatore della religione jainista) o il re Krsna, insegnarono alla società con mentalità godereccia, che il vero paradiso  o felicità stava nella spiritualità». (…)

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Shambhala: la via del codardo, la via del guerriero

9 febbraio, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Spiritualità

Nel 1959, quando la Cina invase il Tibet, Chogyam Trungpa (1939-1987) era abate supremo dei monasteri di Surmang, e divenne anche  Khyenpo (teologo). Quel che più conta è che stava scrivendo la storia del regno di Shambhala, che riteneva fosse veramente esistito e che vedeva riflesso in uno specchietto portatile quando era in uno stato meditativo profondo, ma perse il manoscritto durante la fuga attraverso l’Himalaya. Rifugiatosi prima in India – dove il Dalai Lama lo nominò consigliere spirituale alla Young Lama’s Home School – poi in Inghilterra – fu studente a Oxford dove seguì corsi di filosofia occidentale, arte e lingue – si stabilì infine negli Stati Uniti. Qui fondò diverse comunità contemplative e una comunità terapeutica, il Naropa Institute di Boulder, in Colorado.

Per quasi vent’anni l’ex abate non accennò alle sue conoscenze su Shimbhala, fino a quando nel 1977 ricominciò a scriverne e istituì un corso di studi chiamato “Shambhala Training“. Il saggio da cui ho tratto questi brani è stato redatto con i suoi insegnamenti originali. Chogyam Trungpa ha scritto molti altri importanti testi sul Buddhismo e sulla meditazione. La tradizione vuole che il regno di Shambhala sia scomparso dalla faccia della Terra migliaia e migliaia di anni fa quando i suoi cittadini divennero così illuminati da dissolversi ed essere accolti in un regno celeste. Da qui osserverebbero le gesta dell’Uomo e sarebbero pronti a ritornare per salvarlo. Scrive Chogyam Trungpa:

«La via del codardo consiste nell’avvolgerci in un bozzolo nel quale rendiamo perpetui i nostri abituali modelli. Quando ricreiamo continuamente i nostri modelli fondamentali di comportamento e di pensiero non balziamo mai nell’aria fresca o in un fresco terreno».

«Consideriamo questo bozzolo malsano come un vecchio cimelio di famiglia o un’eredità e non ci vogliamo sbarazzare di questo ricordo buono-cattivo, cattivo-buono. Nel bozzolo non c’è danza: non si cammina, non si respira e non possiamo nemmeno sbattere le ciglia. È comodo e favorisce il sonno: un ambiente molto familiare e intenso. Nel mondo del bozzolo cose come le pulizie di primavera non si conoscono. Sentiamo che pulire è troppo traffico, troppo lavoro. Preferiamo tornare a dormire. Nel bozzolo non c’è alcuna idea di luce, finché non proviamo un qualche desiderio di apertura, un desiderio di qualcosa di diverso dalla puzza del nostro sudore. Se cominciamo a esaminare questa comoda oscurità – se la guardiamo, l’annusiamo, la sentiamo – ci accorgiamo che è claustrofobica. (…) Con questo desiderio di aria fresca (…) apriamo gli occhi e cominciamo a cercare un’alternativa al nostro bozzolo. Con nostra sorpresa cominciamo a vedere la luce, anche se all’inizio ci può apparire un po’ confusa. È a questo punto che il bozzolo si lacera».

«La sfida del guerriero consiste nell’uscire dal bozzolo, fuori nello spazio, essendo coraggioso e allo stesso tempo gentile».

«Il maestro guerriero è in grado di riunire cielo e terra grazie alla sua grande compassione per gli esseri umani. Vale a dire che gli ideali degli esseri umani e il terreno su cui vivono possono essere riuniti dal potere del maestro guerriero. Allora cielo e terra cominciano a danzare tra loro e gli esseri umani percepiscono che non c’è alcun motivo di dissidio tra chi possiede la parte migliore del cielo e la parte peggiore della terra».

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Capodanno, ostriche e Casanova

31 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Raffinata e gustosa, l’ostrica è il modo migliore per concludere degnamente la fine dell’anno sia che si scelga di organizzare un grande party sia che si opti per una cenetta intima e romantica. La leggenda che le ostriche siano afrodisiache è in relazione all’alto contenuto di vitamine del gruppo B e ai sali minerali, in particolare lo zinco. A questo proposito si narra che Giacomo Casanova – famoso per le sue avventure galanti – fosse un estimatore di ostriche e che iniziasse la giornata mangiandone 50 a colazione. I molluschi si servono crudi in piatti da 12 dopo averne pulito il guscio ma senza sciacquarli.

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Vischio, o la scopa del fulmine

29 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Il vischio – pianta ritenuta magica e curativa che non affonda le radici nella terra ma vive sulla corteccia di alcuni alberi – è uno dei simboli del solstizio d’inverno. Per queste sue caratteristiche, in passato, i popoli del Nord Europa ribattezzarono il vischio “scopa del fulmine”, in quanto credevano che nascesse dall’impatto tra un fulmine e il tronco di un albero.

Secondo la leggenda, la scintilla che ne scaturisce sarebbe un’emanazione divina e il suo significato intrinseco è strettamente legato al concetto alchemico di Oro filosofale, tanto più che il ramo di vischio assume una bella colorazione dorata qualche mese dopo essere stato tagliato. Questa è la ragione per cui, ancora oggi, si regala il vischio a Natale.

Prima della nascita di Gesù, la pianta era associata a Venere, dea dell’amore, ed è a lei che si rifà l’usanza di baciarsi sotto il vischio.

Con l’avvento della religione cristiana, il concetto di amore tra due persone fu esteso all’umanità intera.

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Melagrana

28 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

L’albero del melograno – Punica granatum – cresceva originariamente nel Punjab, in India, e nei territori  che si estendono a sud del Caucaso, da dove si è diffuso in Asia Minore e poi nel bacino del Mediterraneo.

La pianta è da sempre considerata simbolo di fecondità, femminilità e prosperità. Nel libro dell’Esodo, Dio ordina ad Aronne, fratello maggiore di Mosé, di far ricamare sul bordo della sua veste sacerdotale “melegrane di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto” in segno di sacralità. E re Salomone fece scolpire melegrane sui capitelli delle colonne del suo palazzo, assurgendo questi frutti a coroncina, anche a simbolo di regalità.

Nell’iconografia medioevale e rinascimentale la melagrana aperta è simbolo di amore. Nella Madonna della melagrana dipinta dal pittore fiorentino Sandro Botticelli (1445-1510), il frutto aperto che lascia vedere i semi rappresenta tra l’altro la Fondazione della Chiesa in cui sono riuniti i popoli della Terra e le loro tradizioni.

If you look at a list of the most popular Christmas songs, you’ll find that the writers are disproportionately Jewish: Irving Berlin’s “White Christmas,” “The Christmas Song” (yes, Mel Tormé was Jewish), “Let It Snow! Let It Snow! Let It Snow!,” “I’ll Be Home for Christmas,” “Silver Bells,” “Santa Baby,” “Rudolph the Red-Nosed Reindeer” and “Winter Wonderland” — perennial, beloved and, mostly, written for the sheet music publishers of Tin Pan Alley, not for a show or film.

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