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Ozio creativo. Parte prima

26 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

In un piccolo libro-intervista, Domenico De Masi – docente di Sociologia del lavoro alla Facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università La Sapienza di Roma e molto altro – e Frei Betto, al secolo Carlos Alberto Libanio Christo, domenicano, teologo, uno dei fondatori di Teologia della liberazione in Brasile, perseguitato e incarcerato dalla dittatura militare, già consulente del presidente Lula – parlano di progresso e felicità, di quanto siano importanti la fantasia e la creatività nella società contemporanea. Questo che segue è un breve estratto del pensiero del professor De Masi.

Domenico De Masi, foto scaricata dal web

«Quello economico è considerato l’unico aspetto serio da questo mondo produttivo e consumista». (…) «Se l’unico obiettivo del lavoro deve essere il guadagno, il giovane finisce per preferire una professione molto redditizia, anche se non corrisponde alla sua vocazione. E così, invece di essere un gioco divertente e una realizzazione personale, il lavoro diventa una tortura. Nello stesso modo, se il tempo libero è inteso unicamente come tempo di consumo, come tempo in cui è necessario spendere, è chiaro che chi non ha soldi non sa che cosa fare del suo tempo libero».

«Propongo di valorizzare il tempo libero attraverso attività che non costano nulla dal punto di vista monetario. Quanto costa l’amicizia? Quanto costa l’amore? Quanto costa divertirsi allegramente con gli amici? Quanto costa avventurarsi nella politica e nella società? Quanto costa riflettere sul proprio destino e su quello degli uomini? Quanto costa pregare o passeggiare, guardare il mare e il cielo? Quanto costa leggere un libro e scrivere una poesia? Quanto costa conversare con le persone alla fermata dell’autobus?».

«Propongo anche di trasformare il lavoro in studio e gioco. Propongo di lavorare in modo che, mentre produco ricchezza, possa produrre anche allegria e apprendimento. Questo intendo per “ozio creativo”».

Frei Betto, Domenico De Masi, Non c’è progresso senza felicità. Un dialogo sui limiti e i vantaggi della globalizzazione, traduzione dal portoghese di Alessandra Benabbi, Rizzoli, RCS Libri, Milano, 2004,  pgg. 131-32

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Quando il corpo dice di amarti

25 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Psicologia, Spiritualità

Lise Bourbeau, immagine scaricata dal web

C’è un libro che tengo sul mio tavolo e che consiglierei a tutti di avere nella propria biblioteca. Si chiama: Quando il corpo ti dice di amarti. Le cause metafisiche di 500 malattie ed è davvero illuminante, meglio di andare dal dottore o in terapia, nel senso che favorisce l’autoanalisi per la modica cifra di 21 euro.  Tra le quasi 300 pagine di schede si trova spiegazione a piccoli e grandi problemi che ci affliggono quotidianamente: dalla laringite al raffreddore da fieno, dal bruciore di stomaco alle ragadi, dal vomito alla cistite. L’autrice è Lise Bourbeau, canadese di lingua francese, esperta di quella nuova disciplina che passa sotto il nome di “crescita personale” e autrice, tra l’altro, di Ascolta il tuo corpo. Nella quarta di copertina del libro la Bourbeau scrive:

«Con mia grande felicità, ho scoperto che la malattia è un dono per riequilibrare il nostro essere. Il corpo fisico, infatti, non è la causa delle malattie: da solo è impotente. La vita che lo alimenta proviene dall’anima, dalla mente; e il corpo è semplicemente il riflesso di ciò che accade dentro di noi. Un corpo malato, dunque, è un corpo che cerca di riequilibrarsi, giacché la salute ne è lo stato naturale. Questo vale anche per il corpo emozionale e per il corpo mentale».

Il manuale è corredato di un’ampia introduzione il cui argomento principale è, guarda caso, l’Ego e da un questionario che favorisce l’ulteriore comprensione dell’origine spirituale dei problemi, al di là di quanto spiegato nelle singole schede, per la verità già esaurienti, ricche di interpretazioni a livello fisico, mentale ed emozionale.

Lise Bourbeau, Quando il corpo ti dice di amarti. Le cause metafisiche di 500 malattie, Edizioni Amrita, Torino, 2006.

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Oltre la polvere e la cenere

24 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

Questa che segue è l’interpretazione che il caro amico Tiziano Tosolini – poliglotta, filosofo fine e missionario saveriano in Giappone – fa della radice della sofferenza, così come intuita e insegnata da Buddha. È un’altra visione, un’altra faccia della medaglia, estremamente interessante per quelli che si ritengono buddhisti ma che al tempo stesso “non possono non dirsi cattolici”. Perché, cavalcando incerti l’animale selvaggio che è dentro noi, si rischia di finire disarcionati e, una volta a terra, di non riuscire a trovare il modo per risollevarsi.

«Una delle numerose differenze tra l’Occidente e l’Oriente, ci spiegano gli studiosi, è che mentre il primo cerca spasmodicamente la felicità ed è guidato da un desiderio sfrenato di appagamento, l’Oriente interpreta la realtà del mondo e della vita umana come un qualcosa che fin dall’inizio è modellato dalle invisibili mani della sofferenza. Non è un caso, infatti, che la prima delle quattro nobili verità proclamate dal Buddha reciti: “Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, infermità è dolore, morte è dolore. L’essere unito con le cose non desiderate è dolore. L’essere separato dalle cose desiderate è dolore”. Così mentre quella occidentale sembra essere una cultura destinata a permanere all’interno di un’evitabile delusione (perché essa ricerca qualcosa – la felicità – che per definizione non può essere ottenuta cercandola), quella orientale sembra invece essere meglio predisposta ad affrontare la sofferenza, e quindi ad essere anche piacevolmente sorpresa dalla gioia».

«La radice della sofferenza, afferma il Buddhismo, nasce dalla credenza da parte dell’uomo di possedere un sè stabile concepito non tanto come la somma di eventi meccanici, quanto piuttosto come una vera personalità che nasconde il suo “io” dietro le manifestazioni empiriche conferendo a queste la loro coesione necessaria. In realtà il soggetto sottinteso è soltanto un’illusione linguistica, e questo per il semplice fatto che nel mondo empirico tutto fa ritenere che l’uomo consista interamente dei cinque aggregati dell’esistenza (fisicità, sensazioni, percezioni, impulsi e atti di coscienza – elementi questi che il Buddhismo chiama i cinque skandha) e del loro svolgimento causale».

«Ora: quanto è plausibile questa intuizione buddhista? Il nostro “io” è davvero un mero flatus voci? È possibile immaginarci senza un “sé”?»

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Bassui, Dharma e abiti monacali

23 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

«Tokukei:  Why don’t you wear monk’s robes?

Bassui:  I became a monk to understand the great matter of life and death, no to wear Buddhist robes.

Tokukei:  Then are you looking into the koans of the old masters?

Bassui:  Of course not.  How can I appreciate the words of others when I don’t even know my own mind?

Tokukei:  Well, then, how do you approach your religious practice?

Bassui:  I want to clarify the source of the great Dharma handed down by the Buddhas and the patriarchs. After attaining enlightenment, I want to save the bright and the dull, teaching each one according to his capacity.  My true desire is to relieve others of their pain though I myself may fall into hell.

Hearing this Tokukei simply put his palms together and bowed.  A friendship grew between these two monks from that time».

Bassui, immagine scaricata dal web


Tratto da Mud and Water – A Collection of Talks del Zen Master Bassui (1327-1387), traduzione di Arthur Braverman, 1989, come riportato da Daily Zen.


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La Realtà e le sue strade

22 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

Raimon Panikkar non ha bisogno di presentazioni. Chi ha avuto la fortuna di incontrare quello che è considerato, tra l’altro, il maggior teologo vivente, non può dimenticare il suo sorriso, la sua voce, la bellezza spirituale che irradia e che si tramuta in bellezza fisica. Al suo pensiero, alle sue parole, ci si può abbeverare come fossero una dolce medicina, particolarmente curativa. Ecco cosa scrive nel suo libro La porta stretta della conoscenza.

«Ci sono tre vie per aprirsi alla realtà: la conoscenza empirica dei sensi, la conoscenza intellettuale e l’intuizione mistica, parola questa suffcientemente inquinata da non veicolare più ciò che vorrei dire. Si tratta di un terzo tipo di consapevolezza più olistico, più amoroso o più immediato, cioè esperienziale, ma non concettualizzabile. Poiché il tutto non è la somma delle parti, non vi si arriva analizzando le parti e poi sommandole, ma mediante un’esperienza completa che include i tre occhi, cioè i sensi, l’intelletto e quell’altro senso cui abbiamo dato il nome di mistico – e che fenomenologicamente si potrebbe chiamare fede. Ma in ogni conoscenza reale i tre occhi (i tre organi della conoscenza) operano congiuntamente. La frammentazione del sapere ha portato alla frammentazione della vita umana. È importante recuperare il senso del tutto, ma non di un tutto chiuso, bensì completo – dove questa parola non va intesa in senso peggiorativo. Il linguaggio ci tradisce, ma possiamo essere consapevoli del tradimento».

Raimon Panikkar, immagine scaricata dal web

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