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Spumante e l’Iliade di Omero

26 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

La storia dello spumante italiano comincia nel 1850 in provincia di Alessandria con un giovane e intraprendente commerciante di vini, Carlo Gancia, che volle applicare il metodo champenoise sulle profumate uve dei vitigni di moscato bianco – importate in Piemonte nel Seicento dagli spagnoli.

Ma la storia dell’umanità è ricca di citazioni ante litteram, come quella che compare già nell’Iliade. Omero, descrivendo le raffigurazioni che impreziosivano lo scudo di Achille, narra di contadini rifocillati da un “nappo spumante di dolcissimo Bacco”.

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Zampone o cotechino?

25 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Correva l’anno 1511, Papa Giulio II – lo stesso che fece costruire la nuova basilica di San Pietro – ordinò alle sue milizie di assediare la fiorente signoria di Mirandola, città fedele ai francesi, nei pressi di Modena. Ma i contadini, pur di non lasciare i maiali agli invasori, decisero di ammazzarli tutti. Per fortuna uno dei cuochi della famiglia principesca ebbe l’idea di tritare la carne, speziarla e insaccarla nella cotenna, da cui ha origine il termine cotechino.  In questo modo la carne si conservò a lungo. Verso la fine del Settecento, poi, il cotechino di Modena sostituì la salsiccia gialla che aveva reso la città famosa già nel Rinascimento.

Lo zampone – come dice la parola stessa – è invece un insaccato di carne mista conservato nella pelle di una zampa di maiale.

Cotechino o zampone che sia, si mangiano accompagnati da lenticchie, purea di patate, crauti.

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È nato! Alleluia!

25 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Natale

È nato il sovrano bambino,

è nato! Alleluia, alleluia!

La notte che già fu sì buia

risplende di un astro divino.

Guido Gozzano

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Torrone e marzapane: dai Visconti a Leonardo

24 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Le origini italiane del torrone risalirebbero al 25 ottobre 1441 quando a Cremona, in occasione del banchetto in onore delle nozze tra il duca Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, fu servito un dolce molto compatto composto da mandorle, miele e bianco d’uovo. Per la forma, i pasticceri si erano ispirati al Torrazzo, la torre campanaria del Duomo della città, ai tempi noto come Torrazzo. Da allora la diffusione del torrone si estende così tanto che nel 1572 un decreto del Senato di Milano stabilisce che “il torrone sia venduto in scatole dal peso stabilito, per evitare imbrogli ai danni del consumatore”. Inoltre, gli ambasciatori di Cremona lo scelgono come dono di Natale da inviare alle personalità più influenti della vicina Milano e ad alcuni alti funzionari spagnoli.

Ma già nel trattato De medicinis e cibis semplicibus scritto da Abdul Mutarrif, medico di Cordova e tradotto intorno al 1100 da Gherardo Cremonese, veniva citato un dolce arabo, il turun. Sarebbero stati infatti gli arabi – che avrebbero ricevuto le mandorle dai cinesi – a far conoscere questo dolce nel bacino del Mediterraneo, in particolare in Sicilia, in Spagna e a Cremona, strategico porto fluviale sul Po. Per non parlare dei romani che, secondo lo storico latino Tito Livio, già nel I secolo a.C. apprezzavano la cupedia, una leccornia a base di miele e mandorle cotte a bagnomaria.

Dai tempi antichi a oggi, decine sono le varietà regionali. La ricetta tradizionale del moderno torrone di Cremona prevede che si confezioni con zucchero e canditi; nel resto della Lombardia, il torrone si ricopre con il cioccolato; nel Veneto le mandorle sono esiccate ma non tostate, mentre in Abruzzo si impasta con cioccolato e nocciole. A Tonara, in Sardegna, oltre a mandorle e albume, si aggiungono noci o nocciole, e il miele sostituisce lo zucchero. San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, è la patria gastronomica dei Torroncini a base di mandorle, nocciole e cioccolato. Ed è proprio a questo laboratorio artigianale che, verso la metà dell’Ottocento, si rivolge Ferdinando I di Borbone, re di Napoli, quando vuole fare un regalo speciale alla moglie Maria Carolina d’Austria. Nasce così il Torrone della Regina nel cui impasto le mandorle sono sostituite dalla frutta candita.

A sentire Leonardo da Vinci, la Firenze del Rinascimento avrebbe avuto gusti leggermente diversi, quanto meno avrebbe amato una leccornia più morbida, il Marzapane. Scrive Leonardo nelle sue Note di cucina: “Il marazapane, realizzato appositamente per me, per le mie piccole sculture dalle suore della Santa Corona, è fatto con mandorle, miele e albume d’uova, ma le dosi le conoscono solo loro, e viene poi cotto in forno per il tempo stabilito dalla Madre Superiora. Ho tristemente notato che il mio Sire Lodovico e la sua corte si sono mangiati le mie sculture fino all’ultima briciola, perciò adesso, se voglio che le mie opere sopravvivano, sarò costretto a trovare un altro materiale, meno gradito ai loro palati.

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I rituali della Festa

23 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Sedersi a una tavola imbandita a festa è come sedersi al tavolo della storia. La tovaglia, i tovaglioli, i bicchieri, le posate, i vassoi, le sedie sono le pietre miliari della storia e della cultura dell’uomo, e non solo delle buone maniere. A tavola ci si siede per mangiare, ma anche per incontrarsi, parlare, discutere. Nella tradizione cristiana la mensa apparecchiata richiama l’Eucarestia; l’eleganza del comportamento, la moderazione predicata dal Cristianesimo.

Nel mondo occidentale, è il Medioevo a fare da spartiacque tra le abitudini dell’Impero romano e quelle del Rinascimento. È nel Medioevo, infatti, che si comincia a mangiare seduti. La tavola è rettangolare, il posto d’onore è al centro del lato lungo o a capo del lato corto. La grandezza della sedia è in relazione all’importanza dell’ospite: il padrone di casa siede sullo scranno e gli ospiti sugli sgabelli. E poi non c’è cena che si rispetti senza tovaglia. Retaggio della Roma imperiale, nel corso dei secoli diventa simbolo di pulizia e di igiene. La tovaglia è bianca e, in occasione delle feste più ricercate, la tavola si apparecchiava con un telo di lino bianco operato. Ancora nel Quattrocento, lo storico nonchè prefetto della biblioteca vaticana Bartolomeo Sacchi – meglio conosciuto con il nome di Platina –  pensava che la tovaglia colorata avrebbe potuto disturbare gli ospiti. Ma bisogna aspettare il Rinascimento perché tovaglia e tovaglioli entrino a far parte della quotidianità.

L’uso di tessuti per asciugare le mani lavate alla fine di ogni portata ha origine nell’antica Roma: nel Medioevo si userà un tovagliolo ogni due commensali.  Nel più evoluto Rinascimento, il tovagliolo si trasforma da mero “strumento” di pulizia individuale a ornamento, tanto che le sue piegature sono codificate in voluminosi testi di quotidiana consultazione. Nel Settecento, infine, prevarrà l’abitudine di tenere il tovagliolo sulle ginocchia per proteggere l’abito dalle macchie piuttosto che per pulirsi vistosamente bocca e mani.

Anche l’abitudine a mangiare nei piatti è molto antica. A seconda delle civiltà e delle culture, il piatto poteva essere di vetro, di legno, di terracotta o di materiali nobili, talvolta incastonati con gemme preziose. Nel Medioevo il piatto era di legno a forma rettangolare o rotonda e, come il tovagliolo, serviva due commensali. Nel Rinascimento, invece, se ne offriva uno ad ogni ospite ed era di maiolica, di peltro – ma anche d’oro o d’argento – e diventa elemento di decoro da esporre sulla credenza. È solo nell’Ottocento, però, che si diffonde l’usanza di possedere un servizio da tavola con piatti tutti uguali.

Ci sono altri particolari che segnano l’evoluzione del comportamento a tavola. Ne è un esempio la forchetta, che arriva sulla mensa solo nel Settecento e che fino ad allora era stata un tipico arnese da cucina. Con la forchetta termina l’usanza di mangiare con le mani e non ci si porta più da casa il coltello da “posare” sulla tavola del banchetto – da cui deriverebbe il termine “posate”.

Anche quella dei bicchieri è una storia tutta italiana e, come le altre, raggiunge il suo massimo splendore nel Rinascimento. Nel Cinquecento, infatti, Venezia è la capitale della lavorazione del vetro e il luogo in cui si sperimentano forme nuove: i calici si allargano e gli steli si assottigliano. I maestri vetrai sono accolti nelle maggiori città europee, dove cominciano a diffondersi i vetri “alla moda di Venezia”. Un altro dettaglio, quello dei bicchieri – tra l’altro emblema della fede cristiana – che fa della tavola il più potente dei simboli della cultura dell’uomo.

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