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Videha, il senza corpo

26 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Videha Ricci è l’agente letterario di Osho, traduttore e curatore dell’edizione italiana dei suoi libri, CD e DVD, della rivista Oshotimes in edizione cartacea e on line. Questa è una breve sintesi dell’intervista con Videa, fatta a Milano nel 2008, in occasione dell’Osho Festival.

Perché ha scelto di seguire proprio Osho? Era di moda negli anni Settanta?

«Assolutamente no. Era il 1975, avevo 22 anni e Osho non era affatto di moda. Sono andato a Puna perché in Italia, insieme ad alcuni amici, avevo una piccola casa editrice, e avevamo deciso di stampare il libro di Osho: Meditazione, una nuova dimensione. E siccome andavo in India per i fatti miei, sono passato a portare alcune copie della pubblicazione all’autore e là, più che l’autore, ho incontrato il Maestro».

Cosa ricorda oggi di quel periodo?

«Lo vivo come un passaggio progressivo che mi ha portato a riconoscere un’intimità con me stesso che va al di là della fisicità, pur partendo dalla mia esistenza fisica e dal bisogno inderogabile della fisicità, del possedere cioè un corpo per espletare la mia essenza spirituale. Osho ha spinto tutti noi che lo seguivamo a non mettere radici a Puna, dove lui risiedeva, ma di vivere là per un po’, maturare, per essere pronti a tornare nel mondo. Perdersi per ritrovarsi, per scoprire quale è il nostro posto nella società. Perché magari nell’Ashram, con un’energia così alta, credi di essere arrivato chissà dove e poi ti accorgi di essere un perfetto imbecille nella vita pratica, quotidiana, nella città in cui vivi».

Qual è, secondo lei, l’eredità che Osho ha lasciato?

«Credo che siano il suo messaggio e la sua visione della vita e del mondo. Oggi la realtà di cui Osho parla va individuata nei suoi suggerimenti a praticare la meditazione, a mettersi in sintonia con il mondo della ricerca interiore. E devo dire che il continuo aumento di interesse verso Osho sia in India sia in Italia, si deve alle tante intuizioni che si colgono leggendo i suoi libri».

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Guru Dev Singh, Yogi Bhajan e l’arte della guarigione.

26 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Guru Dev Singh è il paladino del Sat Nam Rasayan – la tecnica curativa della Kundalini Yoga o Yoga della consapevolezza, divulgata in Occidente da Yogi Bhajan – il cui lignaggio era stato tramandato per cinque secoli, solo da Maestro a discepolo e solo in silenzio. La pratica risalirebbe a Ram Das, quarto guru sikh venerato come il “guru dei miracoli”, nato a Lahore, nel Punjab, in India, nella seconda metà del Cinquecento. È Yogi Bhajan in persona, alla fine degli anni Ottanta, ad autorizzare Guru Dev Singh a divulgare questa pratica mistica attraverso la parola. Per la prima volta dopo cinquecento anni.


Yogi Bhajan e Guru Dev Singh-1988

Quella che segue è parte dell’intervista che Guru Dev Singh mi ha rilasciato nell’estate 2008 a Milano.

Cos’è esattamente il Sat Nam Rasayan?
In sanscrito Sat Nam Rasayan vuol dire “rilassamento profondo nel nome divino”. È una disciplina e un sistema di guarigione, il cui unico obiettivo è arrivare alla contemplazione per superare i condizionamenti che impediscono lo stato di tolleranza dell’individuo e salvarlo dalla sofferenza. Permette al guaritore di riequilibrare i 5 elementi presenti in natura – aria, terra, acqua, fuoco, etere – e di accedere al corpo sottile. Ma questa tecnica ha anche la capacità di espandere la mente meditativa ed è quindi utile non solo a chi riceve il trattamento ma anche a chi lo fa».

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Siddharta: l’Io e il problema della separazione.

26 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

«Rifletteva Siddharta nel suo lento cammino. Stabilì che non era più un giovinetto, ma era diventato un uomo. Stabilì che una cosa l’aveva abbandonato, così come il serpente viene abbandonato dalla sua vecchia pelle, che una cosa non era più presenet in lui, che l’aveva accompagnato durante tutta la sua giovinezza, e gli era appartenuta: il desiderio di avere maestri e di conoscere dottrine. L’ultimo maestro che era apparso sulla sua strada, il sommo e sapientissimo maestro, il più santo di tutti, il Buddha, anche questo egli l’aveva abbandonato, aveva dovuto separarsi da lui, non aveva potuto accogliere la sua dottrina.

Sempre più lento andava il pensieroso e si chiedeva frattanto: «Ma che è dunque ciò che avevi voluto apprendere dalle dottrine e dai maestri, e che essi, pur avendoti rivelato tante cose, non sono riusciti a insegnarti?» Ed egli trovò: «L’Io era, ciò di cui volevo liberarmi, ciò che volevo superare. Ma non potevo superarlo, potevo solo ingannarlo, potevo soltanto fuggire o nascondermi davanti a lui. In verità, nessuna cosa al mondo ha tanto occupato i miei pensieri come questo mio Io, questo enigma ch’io vivo, d’essere uno, distinto e separato da tutti gli altri, d’essere Siddharta! E su nessuna cosa al mondo so tanto poco quanto su di me, Siddharta!».

da Siddharta di Herman Hesse, Gruppo Editoriale L’Espresso, Divisione La Repubblica, “Risveglio”, pg.35-36. Traduzione di Massimo Mila.

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Tesori di Luce

25 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Ricette, Spiritualità

A Milano, venerdì 20 novembre 2009 è un grande giorno per il Buddhismo, per chi ne segue la disciplina e per i tanti curiosi che stanno pazientemente in fila. Il pomeriggio alle 18.00 l’Accademia di Brera espone nella Sala Napoleonica i  “Tesori di Luce”, mille reliquie del Buddha storico, di Ananda, il suo discepolo prediletto, di grandi Maestri e Bodhisattva. La tappa italiana del tour internazionale delle reliquie voluto da Lama Zopa Rinpoche, è stata organizzata da Donna Brown con la collaborazione del Centro Mindfulness Project di Milano.

Gran parte dei Tesori di Luce sono minuscole perle di cristallo chiamate Ringsel, grandi quanto un coriandolo, scoperte tra le ceneri delle varie cremazioni, generate dalla purezza dei Maestri che in vita hanno raggiunto un elevato livello di saggezza e compassione. A volte i cristalli sono uno diverso dall’altro e rispecchiano lo spettro dei colori dell’arcobaleno; i capelli sono diventati fili di rame; i frammenti delle ossa tramutati in perle; i denti trasformati in conchiglie. Tutte reliquie che puoi apprezzare solo inforcando gli occhiali e inchinandoti davanti le teche. Una richiesta degli organizzatori?

Tesori di Luce

Chi poi decide di accettare la benedizione con le reliquie del Buddha offerta dal Rinpoche presente alla cerimonia di inaugurazione, viene donata una preghiera: “La mia religione è semplice. Non c’è bisogno di templi; non c’è bisogno di una filosofia complicata. La nostra mente, il nostro cuore è il nostro tempio; la filosofia è la gentilezza”.

Mindfulness Project è un’associazione di professionisti (centromilano@mindproject.com) che lavorano “nel campo dell’integrazione tra la psicologia clinica e la meditazione, tra le scienze psicologiche della tradizione occidentale e lo studio della mente secondo l’antica tradizione orientale, con particolare riferimento al pensiero buddista”, racconta Grazia Sacchi (gsacchi@mindproject.com), psicoterapeuta, una fucina di idee, una donna instancabile che ha collaborato con Donna Brown all’impostazione della mostra delle reliquie.

Come è nato il Centro Mindfullness Project di Milano?

«L’obiettivo era di mettere insieme specialisti con preparazioni diverse ma che si integrassero a vicenda per favorire la guarigione del paziente. E questo è un punto focale. Così chi è stato per esempio in terapia da me, può a un certo punto sentire che il conflitto interiore o parte di esso si è spostato, che ne so, nel suo corpo. Potrebbe intuire che avrebbe maggiore beneficio dallo Yoga, disciplina che peraltro è inserita tra le attività del nostro Centro, e che abbiamo notato rende talvolta più di tante parole. Importante è porre attenzione al vissuto del singolo, che è diverso per ognuno di noi. Io credo che lo psicoterapeuta debba comprendere i bisogni di chi gli sta davanti ed essere così onesto da dire al paziente: “Io la aiuto in questa parte del suo percorso. Per risolvere gli altri suoi problemi deve rivolgersi a un terapista diverso perché non sono di mia competenza”».

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Donne, mercato e Dalai Lama

25 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Venerdì 20 novembre 2009, tutte le vie del Buddhismo si incontrano a Milano. Perché, oltre all’esposizione, nel pomeriggio, dei Tesori di Buddha all’Accademia di Brera, la mattina, allo Spazio Chiossetto di via Chiossetto, ha tenuto una conferenza Robert Thurman, titolare della cattedra di Studi Indo-Tibetani alla Columbia University di New York, sul tema “La crisi economica mondiale: occasione di slancio”. Thurman è anche presidente di Tibet House US, ex monaco buddhista, scrittore, traduttore di testi del Buddhismo tibetano, inserito dal New York Times e da Time tra i 25 personaggi americani più influenti, amico intimo del XIV Dalai Lama, tra l’altro il primo monaco che Sua Santità abbia ordinato. Senza grande successo, però, visto che poco tempo dopo Thurman si è innamorato di una ragazza svedese, modella e psicoterapeuta, sua attuale moglie e madre dei suoi 4 figli – la primogenita Uma è l’attrice Uma Thurman, protagonista, tra i tanti, di Kill Bill di Quentin Tarantino.


Robert Thurman con il Dalai Lama

Ho avuto l’opportunità di intervistare il professor Thurman, che ha esordito così:

«Il nome Beautiful Mind mi piace molto: a parte il concetto intrinseco che racchiude, Mind – mente – è un sostantivo femminile. Serve a ricordare che la donna è il cuore attorno a cui tutto ruota: ce lo dimentichiamo spesso. Oggi più che mai la società ha bisogno dell’elemento femminile, ha bisogno che la donna rivesta ruoli diversi, anche prestigiosi, senza però cedere all’impulso di comportarsi e atteggiarsi come un uomo. La donna non deve imitare nessuno e apportare il suo particolare contributo, la sua specificità, la sua naturalezza nell’ambiente in cui lavora. Questo sì che sarebbe un cambiamento epocale. Cominciamo a dare alla donna, a tutte le donne del mondo, i diritti che gli spettano».

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