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Lo zen e l’arte del dialogo

30 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Qualche tempo fa, a Milano, ho incontrato Padre Luciano Mazzocchi, cappellano alla Cappellania giapponese di via Pattari, a due passi dal Duomo. Don Luciano ha una storia singolare. Per 18 anni missionario in Giappone, quando rientra in Italia nel 1993, fonda nella cascina Corte Grande sull’Adda, a Galgagliano, un paesino nel nord del lodigiano, la comunità di dialogo religioso ”cristianesimo-zen” La stella del mattino. Un nome che è anche un simbolo, caro alla tradizione buddhista e cristiana, in particolare cattolica. Ideatore e compagno d’avventura di don Luciano è Jiso Forzani, italiano di Genova, ordinato monaco buddhista Zen Soto Shu in Giappone, dove ha vissuto dal 1979 al 1987, e padre di due figli.

Padre Luciano, come si è ritrovato missionario saveriano in Giappone? Conosceva la lingua, la cultura del Sol Levante?

Niente di tutto questo. Semplicemente perché sono un sacerdote gesuita. E il fondatore della Compagnia di Gesù, dell’Ordine dei Gesuiti – insieme a Ignazio di Loyola – fu Francesco Saverio, il primo missionario ad arrivare in Giappone nell’agosto del 1549.

Lei, sacerdote cattolico, come mai è rimasto affascinato dalla filosofia Zen?

«Ho dovuto riconoscere che, pur senza tante pratiche esteriori, il Buddhismo costituisce la base della ricerca umana e in esso l’Uomo trova un vero Maestro. Lo Zen – quella pratica religiosa che ti riporta alla domanda originaria: cosa è l’Esistenza? – serve a ricordarti che quando nasci sei una tabula rasa e che tutto ciò che chiamerai risposta viene dalle domande che ti poni: chiedi in un modo e hai una risposta, chiedi in un altro e ne riceverai una diversa».

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Kriya Yoga, Yogananda e la famiglia Lahiri

28 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

Shibendu Lahiri, l’attuale depositario della saggezza del Kriya Yoga – o Yoga dell’Azione, di ascendenza tantrica, la cui pratica si perde nella notte dei tempi – vive a Varanasi, nell’India orientale. Lahiri Mahasaya, il bisnonno di Shibendu e il capostipite della famiglia votata alla scienza spirituale del Kriya Yoga, fu discepolo di Babaji – l’illuminato ritenuto immortale – il quale lo scelse per diffondere l’antica tecnica e renderla una pratica accessibile a tutti. Lahiri fu anche maestro spirituale di Paramahansa Yogananda, l’autore dell’Autobiografia di uno yogi.

Babaji, Lahiri Mahasaya, Swami Shriyukteshwar, Bhupendranath Sanyal, Paramahamsa Yogananda, Satyananda

L’ultima volta che ho incontrato Shibendu all’Ananda Ashram di Milano abbiamo chiacchierato insieme a proposito di religione, intesa in senso lato, e della sua influenza sull’Uomo contemporaneo.

Si dice che la religione sia l’oppio dei popoli.

«L’Ego non accetta di essere ignorante; perciò asserisce con aggressività che tutto ciò che conosce è la verità suprema e finale. E questo conduce al fanatismo, al fondamentalismo e riporta al tanto sangue versato in nome della religione, forse più che per ogni altro motivo. Pensi alle cosiddette guerre sante, alle crociate, alla Jihad. Se santifichiamo la guerra, allora che cosa mai meriterà di essere considerato non-sacro? Le religioni non sono altro che strategie per mantenere l’Uomo nella paura per poi dargli da intendere che sono in grado di salvarlo, di liberarlo. Sono strategie create per ingannare l’umanità e mantenere l’Uomo in uno stato miserabile perenne. C’è un grande divario tra i sistemi di credenza e la vera comprensione del divino».

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Oro, pietra filosofale e fornelli alchemici.

27 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

«Così si vedeva nei fornelli alchemici la sorte possibile dell’uomo nell’aldilà o Regno. Ma i crogioli e i fornelli non erano l’unica illusione. Fu nozione comune ai popoli arcaici che quando lo spirito si spiccasse netto e soave dal corpo, questo non si corrompeva, ma restava come imbalsamato. I corpi dei santi stillanti manne e mirra in Occidente, quelli dei perfetti taosti tramutati in linde crisalidi, stanno a testimoniarne; gli asceti dello shugendo giapponese deliberatamente, con diete, via via attenuando il metabolismo, perseguivano l’imbalsamazione in vita. Non a caso arsenico e mercurio, imbalsamanti come sono, hanno sì vasta parte nell’elisir d’immortalità della tradizione taoista, come notò Sivin. Il culto delle mummie in Egitto potè essere anche un ingenuo tentativo di conferire a tutti (dapprima ai soli capi) la prerogativa dei «liberati». Come lo spirito aurifico dall’oro quando ha compiuto l’opera sua, così lo spirito si stacca dalla mummia del suo corpo. Il corpo di resurrezione o di gloria come metafora e spoglia il corpo del santo stillante balsami, come la pietra filosofale il lingotto d’oro».

Da: Elémire Zolla, Le meraviglie della natura. Introduzione all’alchimia, introduzione di Grazia Marchianò, Biblioteca Marsilio, Marsilio, Venezia, 2005, pg. 404, II° capoverso.

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Dalai Lama, la mente e la materia.

27 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

«Quando prendiamo in considerazione l’interrelazione esistente a livello sottile tra mente, corpo e ambiente, vediamo che le cose materiali sono composte di cellule, atomi e particelle e che la coscienza si esprime in una succesione di momenti. Questo significa che la mente e la materia hanno chiaramente differenti nature e che quindi hanno differenti cause sostanziali. Le cose materiali, come le particelle, gli atomi e le cellule, sono poste in essere da altre entità materiali, mentre la mente è posta in essere da un precdente istante mentale, qualcosa che è luminoso e che ha la capacità di essere consapevole. Ogni momento di consapevolezza, dunque, ha come causa un precedente momento di consapevolezza. Questo è il ragionamento con cui la logica buddhista afferma che esiste, a livello di mente sottile e di energia sottile, un continuum senza inizio di mente e materia».

Dal commento introduttivo del Dalai Lama a Il libro tibetano dei morti, Padmasambhava. Prima edizione integrale, oscar Mondadori, Milano, 2007, pg. IX, II° capoverso.

Segue post sulle “Apparenze della mente”.

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La natura delle apparenze.

27 novembre, 2009 | Commenta | Scritto da patrizia | Categoria: Spiritualità

«Tutte le cose che appaiono sono manifestazioni della mente. L’ambiente circostante che sembra inanimato, anch’esso è mente. Le forme di vita essenziale che si manifestano come le sei classi di esseri viventi, anch’esse sono mente. I dolori delle tre esistenze inferiori, anch’esse sono mente. I cinque veleni che costituiscono gli stati mentali dissonanti dell’ignoranza, anch’essi sono mente. La consapevolezza, che è la saggezza originaria che si autogenera e si manifesta, anch’essa è mente. I pensieri benefici che conducono al conseguimento del nirvana, anch’essi sono mente. Gli ostacoli delle forze e degli spiriti malefici, anch’essi sono mente. Le divinità e le realizzazioni (spirituali) anch’esse sono mente. Le diverse forme di pura (visione), anch’esse sono mente. Lo stato concentrato e non concettuale (della meditazione), anch’esso è mente. I colori tipici degli oggetti, anch’esso sono mente. Lo stato senza caratteristiche e senza elaborazione concettuale, anch’esso è mente. La non-dualità dell’uno e della molteplicità, anch’essa è mente. L’indimostrabilità dell’esistente e del non-esistente, anch’essa è mente.

Non ci sono apparenze al di fuori di (quelle che si originano) dalla mente».

Da: Padmasambhava. Il libro tibetano dei morti. Prima edizione integrale con il commento del Dalai Lama, a cura di Graham Coleman e Thupten Jinpa. Oscar Mondadori, 2007, Milano, pg. 52.

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